—È di là, nell'altra stanza. Andate a vederlo—mi rispose il dottore.—Rimanete là.
Gli indicai Giuliana con un gesto disperato.
—Non temete. Qua l'acqua, Cristina.
Entrai nell'altra stanza. Mi giunse all'orecchio un vagito fievolissimo, a pena udibile. Vidi su uno strato d'ovatta un corpicciuolo rossastro, qua e là violaceo, sotto le mani scarne della levatrice, che lo stropicciavano nel dorso e nelle piante dei piedi.
—Venga, venga, signore; venga a vedere—disse la levatrice continuando a stropicciare.—Venga a vedere che bel maschio. Non respirava; ma ora non c'è più pericolo. Guardi che maschio!
Ella rivoltò il bambino, lo coricò sul dorso, mi mostrò il sesso.
—Guardi!
Afferrò il bambino e lo agitò nell'aria. I vagiti divennero un po' più forti.
Ma io avevo negli occhi un scintillio strano che m'impediva di veder bene; avevo in tutto l'essere una ottusità strana che m'impediva la percezione esatta di tutte quelle cose reali e violente.
—Guardi!—mi ripetè ancora la levatrice coricando di nuovo su l'ovatta il bambino che vagiva.