—Vuoi che lo baci?—ruppi io, fuori di me.
E m'accostai alla culla, mi chinai sul bambino, lo baciai.
Il bambino si svegliò; si mise a vagire, da prima fioco, poi con una specie di furore crescente. Vidi che la pelle del volto gli diveniva più rossa e gli si raggrinzava nello sforzo, mentre la lingua bianchiccia gli tremolava nella bocca dilatata. Benché fossi al colmo della disperazione, m'accorsi dell'errore commesso. Sentii gli sguardi di Federico, di Maria, di Natalia fissi sopra di me, intollerabili.
—Perdonami, mamma—balbettai.—Non so più quel che faccio. Sono irragionevole. Perdonami.
Ella aveva tolto dalla culla il bambino e lo reggeva su le braccia, senza poterlo quietare. I vagiti mi ferivano acutamente, mi laceravano.
—Andiamo, Federico.
Uscii in fretta. Federico mi seguì.
—Giuliana sta molto male. Non comprendo come si possa pensare ad altri che a lei, in questi momenti—dissi, come per giustificarmi.—Tu non l'hai veduta. Sembra che muoia.
XXXIII.
Per alcuni giorni Giuliana vacillò tra la vita e la morte. La sua debolezza era tale che qualunque più lieve sforzo era seguito da un deliquio. Ella doveva mantenersi costantemente supina, in una immobilità perfetta. Qualunque tentativo di sollevarsi provocava segni di anemia cerebrale. Nulla valeva a vincere le nausee da cui ella era assalita, a toglierle di sul petto l'incubo, ad allontanare il rombo che ella udiva di continuo.