—Piano, per carità!

Federico sollevò anche lei. E di nuovo io vidi i lunghi riccioli piovere su le fasce bianche, in quell'ultima dolce reclinazione. Stavo là quasi irrigidito: e il mio sguardo doveva certo esprimere il sentimento cupo che mi possedeva. Quei baci di labbra a me tanto care non avevano tolto all'intruso quell'aspetto di cosa ributtante ma me l'avevano anzi reso più odioso. Io sentivo che mi sarebbe stato impossibile toccare quella carne estranea, piegarmi a un qualunque atto apparente di amore paterno. Mia madre mi guardava, inquieta.

—Tu non lo baci?—mi domandò.

—No, mamma, no. Ha fatto troppo male a Giuliana. Non so perdonargli….

E mi ritrassi, con un moto istintivo, con un moto di manifesta ripugnanza. Mia madre restò un momento attonita, senza parola.

—Ma che dici, Tullio? Che colpa ne ha questo povero bambino? Sii giusto!

Mia madre aveva certo notata la sincerità della mia avversione. Non riuscivo a dominarmi. Tutti i miei nervi si ribellavano.

—Non posso ora, non posso…. Lasciami stare, mamma. Mi passerà.

La mia voce era aspra e risoluta. Io ero tutto convulso. Un nodo mi serrava la gola, i muscoli della faccia mi si contraevano. Dopo tante ore d'orgasmo violento, tutto il mio essere aveva bisogno di una distensione. Credo che un grande scoppio di pianto mi avrebbe giovato: ma il nodo era durissimo.

—Mi fai molta pena, Tullio,—disse mia madre.