—E tu?—rispondeva ella.

Nei suoi occhi era un'espressione di tenerezza così buona che io mi sentivo struggere dentro. Tendevo le labbra e la baciavo su le palpebre. Ella voleva fare la stessa cosa a me. Poi ripeteva:

—Ora dormiamo.

E scendeva un velo d'oblio su la nostra sventura, talvolta.

Spesso i suoi poveri piedi erano gelati. Io li toccavo, di sotto alle coperte, e mi parevano di marmo. Ella diceva in fatti:

—Sono morti.

Erano scarni, sottili, così minuti che quasi mi entravano nel pugno. Avevo per loro una grande pietà. Io stesso riscaldavo per loro sul braciere il panno di lana, non mi stancavo di prenderne cura. Avrei voluto intiepidirli con l'alito, coprirli di baci. Si mescolavano alla mia nuova pietà ricordi lontani d'amore, ricordi del tempo felice quando io non tralasciavo mai di calzarli al mattino e di nudarli a sera con le mie proprie mani per una consuetudine quasi votiva, stando in ginocchio.

Un giorno, dopo lunghe veglie, ero così stanco che un sonno irresistibile mi colse a punto mentre tenevo le mani sotto le coperte e avvolgevo nel panno caldo i piccoli piedi morti. Reclinai la testa, e restai là addormentato nell'atto.

Come mi svegliai, vidi nell'alcova mia madre, mio fratello, il dottore, che mi guardavano sorridendo. Rimasi confuso.

—Povero figliuolo! Non ne puoi più—disse mia madre ravviandomi i capelli con uno dei suoi gesti più affettuosi.