E Giuliana:
—Mamma, portalo via tu. Federico, portalo via.
—No, no, non sono stanco—io ripetevo.—Non sono stanco.
Il dottore annunziò la sua partenza. Dichiarò la puerpera fuor di pericolo, in via di miglioramento accertato.—Bisognava seguitare a promuovere con tutti i mezzi la rigenerazione del sangue. Il suo collega Jemma di Tussi, col quale aveva conferito e s'era trovato d'accordo, avrebbe seguitata la cura, che, del resto, era semplicissima. Più che nei medicinali egli aveva fiducia nell'osservanza rigorosa delle diverse norme igieniche e dietetiche da lui stabilite.
—In verità—soggiunse accennando a me—non potrei desiderare un infermiere più intelligente, più vigile, più devoto. Ha fatto miracoli e ne farà ancora. Io parto tranquillo.
Mi sembrò che il cuore mi balzasse alla gola e mi soffocasse. L'elogio inaspettato di quell'uomo severo, alla presenza di mia madre, di mio fratello, mi diede una commozione profonda; fu un compenso straordinario. Guardai Giuliana e vidi che i suoi occhi s'erano empiti di lacrime. E, sotto il mio sguardo, all'improvviso ella ruppe in un pianto. Feci uno sforzo sovrumano per frenarmi, ma non riuscii. Mi parve che l'anima mi si stemprasse. Tutte le bontà del mondo erano nel mio petto, raccolte, in quell'ora indimenticabile.
XXXIV.
Giuliana andava ricuperando le forze di giorno in giorno, con lentezza. La mia assiduità non veniva meno. Delle dichiarazioni fatte dal dottor Vebesti io anzi mi valevo per moltiplicare le mie vigilanze, per non lasciare che altri prendesse le mie veci, per resistere a mia madre e a mio fratello che mi consigliavano il riposo. Il mio corpo s'era oramai abituato alla dura disciplina e non si stancava quasi più. Tutta la mia vita era tra le pareti di quella stanza, nell'intimità di quell'alcova, nel cerchio in cui respirava la cara malata.
Avendo ella bisogno d'una calma assoluta, dovendo ella parlar poco per non stancarsi, io m'adoperavo ad allontanar dal suo letto anche le persone familiari. Quell'alcova dunque rimaneva segregata dal resto della casa. Per ore ed ore io e Giuliana rimanemmo soli. E poiché ella era tenuta dal male ed io ero intento al mio ufficio pietoso, talvolta ci avveniva di dimenticare la nostra sventura, di smarrire la nozione della realtà e di non serbare altra conscienza che quella del nostro immenso amore. Mi pareva talvolta che nulla più esistesse di là dalle cortine, tanta era l'intensione di tutto il mio essere verso la sofferente. Nulla veniva a ricordarmi la cosa tremenda. Io vedevo d'innanzi a me una sorella che soffriva e non avevo altra sollecitudine che di alleggerire la sua pena.
Non di rado questi veli d'oblio furono lacerati con violenza. Mia madre parlò di Raimondo. Le cortine si aprirono per lasciar passare l'intruso.