Lo portò mia madre sulle braccia. Ed io ero là. Sentii d'esser divenuto pallido, perché tutto il sangue m'affluì al cuore. Che provò Giuliana?
Io guardavo quel viso rossiccio, grosso come il pugno di un uomo, mezzo nascosto dalla cuffia trapunta; e con un'avversione feroce, che annullava nella mia anima qualunque altro sentimento, pensai: "Come farò a liberarmi di te? Perché non moristi soffocato?" Il mio odio non aveva ritegno; era istintivo, cieco, indomabile, quasi direi carnale; pareva in fatti che avesse la sua sede nella mia carne, che sorgesse da tutte le mie fibre, da tutti i miei nervi, da tutte le mie vene. Nulla poteva reprimerlo, nulla poteva distruggerlo. Bastava la presenza dell'intruso, in qualunque ora, in qualunque congiuntura, perché dentro di me avvenisse una specie d'annullazione istantanea ed io fossi posseduto da un solo unico sentimento: dall'odio contro di lui.
Disse mia madre a Giuliana:
—Guarda, in pochi giorni, come è già mutato! Somiglia più a te che a
Tullio; ma non molto a nessuno dei due. È ancora troppo piccolo.
Vedremo in seguito…. Gli vuoi dare un bacio?
Ella accostò la fronte del bambino alle labbra dell'inferma. Che provò
Giuliana?
Ma il bambino cominciò a piangere. Io ebbi la forza di dire a mia madre, senza acredine:
—Portalo via; ti prego. Giuliana ha bisogno di calma. Queste scosse le fanno molto male.
Mia madre uscì dall'alcova. I vagiti crescevano e mi davano pur sempre la stessa sensazione di laceramento doloroso e la voglia di correre a soffocarli per non udirli più. Li udimmo per qualche istante mentre si allontanavano. Quando al fine cessarono, il silenzio mi parve enorme; mi cadde sopra come un macigno, mi oppresse. Ma non m'indugiai in quella pena, perché subito pensai che Giuliana aveva bisogno di soccorso.
—Ah, Tullio, Tullio, non è possibile….
—Taci, taci, se tu mi ami, Giuliana. Taci; ti prego.