I suoni cessarono. Pensai: "La divozione è finita. Anna sta per risalire. Verrà forse mia madre. Raimondo non piange più!" Rientrai nella stanza, gittai uno sguardo in torno per assicurarmi ancora una volta che non rimaneva alcuna traccia dell'attentato. M'appressai alla culla, non senza un vago timore di trovare il bambino esanime. Egli dormiva, supino, tenendo le piccole mani chiuse a pugno col pollice in dentro. "Dorme! È incredibile. Pare che nulla sia accaduto." Quel che avevo fatto parve assumere l'inesistenza d'un sogno. Ebbi come un mancamento repentino di pensieri, un intervallo vacuo, aspettando.
A pena riconobbi nell'andito il passo greve della nutrice, le andai in contro. Mia madre non la seguiva. Senza guardarla in faccia, le dissi:
—Dorme ancora.
E m'allontanai rapidamente: salvo!
XLV.
Da quell'ora s'impadronì del mio spirito una specie d'inerzia quasi stupida, forse perché ero esausto, sfinito, incapace d'altri sforzi. La mia conscienza perse la sua terribile lucidezza, la mia attenzione s'indebolì, la mia curiosità non fu pari all'importanza degli avvenimenti che si svolgevano. I miei ricordi, in fatti, sono confusi, scarsi, composti d'imagini non bene distinte.
Quella sera rientrai nell'alcova, rividi Giuliana, mi trattenni al suo capezzale per qualche tempo. Durai una gran fatica a parlare. Le chiesi, guardandola negli occhi:
—Hai pianto?
Ella rispose:
—No.