—Non c'è nessun motivo d'inquietudine. Si tratta d'un raffreddore leggerissimo. I bronchi sono liberi.
Egli si chinò di nuovo sul petto denudato di Raimondo ad ascoltare.
—Manca assolutamente qualunque rumore. Potete assicurarvene voi stesso, col vostro orecchio—soggiunse volgendosi a me.
Anch'io appoggiai l'orecchio sul fragile petto, e ne sentii il tepore blando.
—In fatti….
E guardai mia madre che trepidava dall'altra parte della culla.
I soliti sintomi della bronchite mancavano. Il bambino era tranquillo, aveva qualche lieve accesso di tosse a lunghi intervalli, prendeva il latte con la frequenza consueta, dormiva d'un sonno grave ed eguale. Io stesso, ingannato dalle apparenze, dubitavo: "Dunque il mio tentativo è stato inutile. Pare ch'egli non debba morire. Che vita tenace!" E mi tornò il rancore primitivo contro di lui, più acre. Il suo aspetto calmo e roseo mi esasperò. Avevo dunque sofferto tutte quelle angosce, m'ero esposto a quel pericolo per nulla! Si mesceva alla mia collera sorda una specie di stupore superstizioso per la straordinaria tenacità di quella vita: "Credo che non avrò il coraggio di ricominciare. E allora? Sarò io la sua vittima; e non potrò sfuggirgli." E il piccolo fantasma perverso, il fanciullo bilioso e felino, pieno d'intelligenza e d'istinti malvagi, mi riapparve; di nuovo mi fissò con i suoi duri occhi grigi, in atto di sfida. E le scene terribili nell'ombra delle stanze deserte, le scene che aveva un tempo create la mia imaginazione ostile, mi si ripresentarono; di nuovo assunsero il rilievo, il movimento, tutti i caratteri della realtà.
Era una giornata bianca, con un presentimento di neve. L'alcova di Giuliana mi parve ancora un rifugio. L'intruso non doveva uscire dalla sua stanza, non poteva venire a perseguitarmi fin là dentro. E io m'abbandonai tutto alla mia tristezza senza nasconderla.
Pensavo, guardando la povera malata: "Ella non guarirà, non si leverà." Le strane parole della sera innanzi mi tornavano alla memoria, mi turbavano. Senza dubbio, l'intruso era per lei un carnefice com'era per me. Senza dubbio, ella non poteva pensare ad altro che a lui, morendone a poco a poco. Tutto quel peso su quel cuore così debole!
Con la discontinuità delle imagini che si svolgono nel sogno, si risollevavano nel mio spirito alcuni frammenti della vita passata: ricordi d'un'altra malattia, d'una lontana convalescenza. Mi indugiai a ricomporre quei frammenti, a ricostrurre quel periodo così dolce e così doloroso in cui avevo gittato il seme della mia sventura. La diffusa bianchezza della luce mi rammentava quel pomeriggio lento che io e Giuliana avevamo passato leggendo un libro di poesia, chinandoci insieme su la stessa pagina, seguendo con gli occhi la stessa riga. E io rivedevo il suo indice affilato sul margine e il segno dell'unghia.