—Il bambino sta male. Corra.

—Giuliana, vado di là un momento. Ti lascio Cristina. Torno subito.

Uscii. Arrivai di corsa nella stanza di Raimondo.

—Ah, Tullio, il bambino muore!—gridò mia madre disperata, curva su la culla.—Guardalo! Guardalo!

Mi curvai anch'io su la culla. Era avvenuto un cambiamento repentino, inaspettato, inesplicabile in apparenza, spaventevole. La piccola faccia era diventata d'un colore cinereo, le labbra s'erano illividite, gli occhi s'erano come appassiti, appannati, spenti. La povera creatura pareva sotto l'azione d'un veleno violento.

Mi raccontava mia madre, con la voce interrotta:

—Un'ora fa, stava quasi bene. Tossiva sì, ma non aveva altro. Mi sono allontanata, ho lasciata qui Anna. Credevo di ritrovarlo addormentato. Pareva che gli fosse venuto il sonno…. Torno e lo vedo in questo stato. Sentilo: è quasi freddo!

Io gli toccai la fronte, una guancia. La temperatura della pelle era in fatti diminuita.

—E il medico?

—Non è ancora venuto! Ho mandato a chiamarlo.