Senza aspettare la risposta, s'avvicinò a mio fratello che teneva ancora su le braccia Raimondo; glie lo levò, l'esaminò, si oscurò in viso. Disse:
—Calma! Calma! Bisogna sfasciarlo.
E lo posò sul letto della nutrice, aiutò mia madre a toglierlo dalle fasce.
Il corpicciuolo nudo apparve. Aveva lo stesso colore cinereo del volto. Le estremità pendevano rilasciate, flosce. La mano grassa del medico palpò la pelle qua e là.
—Fategli qualche cosa, dottore!—supplicava mia madre.—Salvatelo!
Ma il medico pareva irresoluto. Tastò il polso, appoggiò l'orecchio sul petto, mormorò:
—Un vizio del cuore…. Impossibile.
Domandò:
—Ma com'è sopravvenuto questo cambiamento? All'improvviso?
Mia madre volle raccontargli come, ma prima di finire scoppiò a piangere. Il medico si risolse a far qualche tentativo. Cercò di scuotere il torpore in cui era immerso il bambino, cercò di eccitarlo a gridare, di produrre il vomito, di richiamare un moto respiratorio energico. Mia madre stava a guardarlo, con gli occhi sbarrati da cui sgorgavano le lacrime.