Con una tenerezza che mi ricordava quella di mia madre, egli mi aiutava a svestirmi. Mi aiutò a coricarmi. Seduto al mio capezzale, mi toccava a quando a quando la fronte per sentire la mia febbre; mi domandava, sentendomi ancora tremare:

—Hai molto freddo? Non ti cessano i brividi? Vuoi che ti copra meglio? Hai sete?

Io consideravo, rabbrividendo: "Se avessi parlato! Se avessi potuto continuare! Sono stato proprio io, con le mie labbra, che ho pronunziato quelle parole? Sono stato proprio io? E se Federico, ripensando, riflettendo, fosse preso da un dubbio? Ho domandato:—Sapete voi chi ha ucciso quest'innocente?—e null'altro. Ma non avevo io l'aspetto d'un assassino confesso? Ripensando, Federico dovrà certo chiedersi:—Che voleva egli intendere? Contro chi andava la sua strana accusa?—E la mia esaltazione gli sembrerà oscura. Il medico!…. Bisognerebbe ch'egli pensasse:—Ha voluto alludere al medico, forse.—E bisognerebbe ch'egli avesse qualche altra prova della mia esaltazione, ch'egli seguitasse a credermi perturbato dalla febbre, in uno stato di delirio intermittente." Mentre così ragionavo, imagini rapide e lucide mi attraversavano lo spirito e avevano un'evidenza di cose reali, tangibili: "Ho la febbre, e alta. Se sopravvenisse il vero delirio e inconscio io rivelassi il segreto!" Mi sorvegliavo con un'ansietà paurosa. Dissi:

—Il medico, il medico…. non ha saputo….

Mio fratello si chinò su di me, mi toccò di nuovo, inquietamente, sospirando.

—Non ti tormentare, Tullio. Càlmati.

E andò a bagnare una pezzuola nell'acqua fredda, me la mise su la fronte che ardeva.

Il passaggio delle imagini rapide e lucide continuava. Rivedevo, con una terribile intensità di visione, l'agonia del bambino.—Era là agonizzante, nella culla. Aveva il viso cinereo, d'un colore così smorto che su i sopraccigli le croste del lattime parevano gialle. Il suo labbro inferiore depresso non si vedeva più. Di tratto in tratto egli sollevava le palpebre divenute un po' violette e sembrava che le iridi vi aderissero perché le seguivano nel sollevarsi e vi si perdevano sotto mentre appariva il bianco opaco. Il rantolo fioco di tratto in tratto cessava. A un certo punto, il medico diceva, come per un ultimo tentativo:

—Su, su, trasportiamo la culla vicino alla finestra, alla luce.
Largo, largo! Il bambino ha bisogno di aria. Largo!

Io e mio fratello trasportavamo la culla che pareva una bara. Ma alla luce lo spettacolo era più atroce: a quella fredda luce candida della neve diffusa. E mia madre: