La culla era nel mezzo della camera, fra quattro candele accese, parata di bianco. Mio fratello seduto da un lato, Giovanni di Scòrdio dall'altro vegliavano. La presenza del vecchio non mi recò stupore. Mi parve naturale ch'egli fosse là; non gli chiesi niente; non dissi niente. Credo che un poco sorrisi a loro che mi guardavano. Non so veramente se le mie labbra sorrisero, ma io n'ebbi intenzione come per significare: "Non vi prendete pena di me, non cercate di consolarmi. Vedete: io sono calmo. Possiamo tacere." Feci qualche passo; andai a mettermi a piè della culla, tra le due candele; portai a piè della culla la mia anima pavida umile debole, interamente orbata della sua vista primitiva. Mio fratello e il vecchio erano ancora là, ma io ero solo.

Il morticino era vestito di bianco: della stessa veste battesimale, o mi parve. Il viso e le mani soltanto erano scoperti. La piccola bocca, che col vagito aveva tante volte esasperato il mio odio, sotto il suggello misterioso era immobile. Il silenzio medesimo che era in quella piccola bocca era dentro di me, era intorno a me. E io guardavo, guardavo.

Allora, dal silenzio, una gran luce si fece dentro di me, nel centro della mia anima. Io compresi. La parola di mio fratello, il sorriso del vecchio non avevano potuto rivelarmi quel che mi rivelò in un attimo la piccola bocca muta dell'Innocente. Io compresi. E allora m'assalì un terribile bisogno di confessare il mio delitto, di palesare il mio segreto, d'affermare al conspetto di quei due uomini:—Io l'ho ucciso.

Ambedue mi guardavano; e io m'accorsi che ambedue erano ansiosi per me, per la mia attitudine d'innanzi al cadavere, che ambedue aspettavano la fine di quella mia immobilità ansiosi. Dissi allora:

—Sapete voi chi ha ucciso quest'innocente?

La voce nel silenzio ebbe un suono così strano che parve irriconoscibile anche a me medesimo; mi parve che non fosse mia. E un terrore subitaneo m'agghiacciò il sangue, m'irrigidì la lingua, m'oscurò la vista. E mi misi a tremare. E sentii che mio fratello mi sorreggeva, mi toccava la fronte. Avevo negli orecchi un rombo così forte che le sue parole mi giungevano indistinte, interrotte. Compresi ch'egli mi credeva perturbato da un parosismo febrile e che cercava di condurmi via. Mi lasciai condurre.

Mi condusse alla mia stanza sorreggendomi. Il terrore mi teneva ancora. Vedendo una candela che ardeva sola su un tavolo, trasalii. Non mi ricordavo d'averla lasciata accesa.

—Spògliati, mettiti a letto—mi disse Federico, traendomi con tenerezza per le mani.

Mi fece sedere sul letto, mi toccò di nuovo la fronte.

—Senti? La febbre ti cresce. Cominciati a spogliare. Su, via!