E si scambiarono uno sguardo, un po' confuse.
—Parlavamo di te—soggiunse mia madre.
—Di me! Male?—chiesi con un'aria gaia.
—No, bene—disse Giuliana, subito; e io colsi nella sua voce l'intenzione, ch'ella certo ebbe, di rassicurarmi.
Il sole d'aprile batteva sul davanzale, riluceva nei capelli grigi di mia madre, svegliava qualche tenue bagliore su le tempie di Giuliana. Le cortine candidissime ondeggiavano, si riflettevano nei vetri luminose. I grandi olmi dello spiazzo, coperti di piccole foglie nuove, producevano un susurro, ora leggero ora forte, alla cui misura le ombre or meno or più si agitavano. Dal muro stesso della casa, ammantato di violacciocche innumerevoli, saliva un profumo pasquale, quasi un vapore invisibile di mirra.
—Com'è acuto quest'odore!—mormorò Giuliana, passandosi le dita su i sopraccigli e socchiudendo le palpebre.—Stordisce.
Io stavo tra lei e mia madre, un poco in dietro Una voglia mi venne, di chinarmi sul davanzale cingendo l'una e l'altra con le mie braccia. Avrei voluto mettere in quella semplice familiarità tutta la tenerezza che mi gonfiava il cuore e far intendere a Giuliana una moltitudine di cose inesprimibili e riconquistarla intera con quell'unico atto. Ma ancora mi tratteneva un senso di temenza quasi puerile.
—Guarda, Giuliana,—disse mia madre, indicando un punto del colle—la tua Villalilla. La scorgi?
—Sì, sì.
Ella, schermendosi dal sole con la mano aperta, aguzzava la vista; e io, che la osservavo, notai un piccolo tremito nel suo labbro inferiore.