—Giuliana, Giuliana! Dove sei?
Maria e Natalia mi uscirono in contro con grandi feste, rallegrate alla vista dei fiori, irrequiete, folli.
—Vieni, vieni,—mi gridarono—la mamma è qui, nella camera da letto.
Vieni.
E io varcai quella soglia palpitando più forte; mi trovai alla presenza di Giuliana sorridente e confusa: le gittai il fascio ai piedi.
—Guarda!
—Oh, che cosa bella!—esclamò, chinandosi sul fresco tesoro odorante.
Portava una delle sue ampie tuniche preferite, d'un verde eguale al verde d'una foglia d'aloe. Non ancora pettinati, i suoi capelli erano mal trattenuti dalle forcine; le coprivano la nuca, le nascondevano gli orecchi, in dense matasse. L'effluvio della spina, un color misto di timo e di mandorla amara, la investiva tutta, si diffondeva per la camera.
—Bada di non pungerti—io le dissi.—Guarda le mie mani.
E le mostrai le scalfitture ancora sanguinanti, come per rendere più meritoria l'offerta. "Oh se ella ora mi prendesse le mani" pensai. E mi passò su lo spirito, vago, il ricordo di un giorno lontanissimo in cui ella mi aveva baciate le mani scalfite dalle spine e aveva voluto suggere le stille di sangue che spuntavano l'una dopo l'altra. "Se ella ora mi prendesse le mani e in questo solo atto mettesse tutto il suo perdono e tutto il suo abbandono!"
Io avevo di continuo, in quei giorni, l'aspettazione d'un momento simile. Non sapevo veramente da che mi venisse una tal fiducia; ma ero sicuro che Giuliana si sarebbe ridonata a me, così, o prima o poi, con un solo semplice atto silenzioso in cui ella avrebbe saputo mettere "tutto il suo perdono e tutto il suo abbandono".