E si scostò dalla finestra; sentendosi seguire, diede qualche passo come di fuga, perdutamente.
—Ah perché, perché questo, Giuliana?—esclamai, fermandomi.
Ma subito dopo:
—É vero: non sono ancora degno. Perdonami!
In quel punto le due campane della cappella incominciarono a squillare. E Maria e Natalia si precipitarono nella camera, verso la madre, gridando di gioia; e, l'una dopo l'altra, le s'appesero al collo e le coprirono il viso di baci; e dalla madre passarono a me, e io le sollevai, l'una dopo l'altra, nelle mie braccia.
Le due campane squillavano a furia; tutta la Badiola pareva invasa dal fremito del bronzo. Era il Sabato Santo, l'ora della Risurrezione.
IV.
Nel pomeriggio di quel medesimo sabato, ebbi un accesso di tristezza singolare.
Era giunta la posta alla Badiola; e io e mio fratello, nella sala del bigliardo, davamo una scorsa ai giornali. Per caso mi venne sotto gli occhi il nome di Filippo Arborio, citato in una cronaca. Un turbamento subitaneo s'impadronì di me. Così un lieve urto solleva il fondiglio in un vaso chiarito.
Mi ricordo: era un pomeriggio nebuloso, illuminato come da uno stanco riverbero biancastro. Fuori, innanzi alla vetrata che dava su lo spiazzo, passarono Giuliana e mia madre, l'una a braccio dell'altra, conversando. Giuliana portava un libro; e camminava con un'aria stracca.