Con la inconseguenza delle imagini che si svolgono nel sogno, si risollevarono nel mio spirito alcuni frammenti della vita passata: Giuliana avanti allo specchio, nel giorno di novembre; il mazzo dei crisantemi bianchi; la mia ansietà nell'udire l'aria di Orfeo; le parole scritte sul frontespizio del Segreto; il colore dell'abito di Giuliana; il mio dibattito alla finestra; il volto di Filippo Arborio, grondante di sudore; la scena dello spogliatoio, nella sala d'armi. Io pensai con un fremito di paura, come uno che si trovi d'improvviso inclinato su l'orlo di una voragine: "Potrei dunque non salvarmi?"
Sopraffatto dall'ambascia, avendo bisogno d'esser solo per guardare dentro di me, per guardare in faccia la mia paura, io salutai mio fratello, uscii dalla sala, andai nelle mie stanze.
Il mio turbamento era misto d'impazienza irosa. Io ero come uno che, in mezzo al benessere d'una guarigione illusoria, nella ricuperata sicurtà della vita, senta a un tratto il morso del male antico, si accorga di portare ancora nella sua carne il male inestirpabile e sia costretto ad osservarsi, a sorvegliarsi, per convincersi dell'orrenda verità. "Potrei dunque non salvarmi? E perché?"
Nello strano oblio che tutte le cose passate aveva sommerso, in quella specie di oscuramento che pareva aver invaso un intero strato della mia conscienza, anche il dubbio contro Giuliana, l'odioso dubbio s'era perduto, s'era disciolto. Troppo grande bisogno aveva la mia anima di cullarsi nell'illusione, di credere e di sperare. La mano santa di mia madre, accarezzando i capelli di Giuliana, aveva per me riaccesa intorno a quel capo l'aureola. Per uno di quelli abbagli sentimentali frequenti nei periodi di debolezza, vedendo le due donne respirare nel medesimo cerchio con una concordia così dolce, io le avevo confuse in una medesima irradiazione di purità.
Ora, un piccolo fatto casuale, un semplice nome letto per caso in un diario, il risveglio d'un ricordo torbido erano bastati a sconvolgermi, a sbigottirmi, a spalancarmi d'innanzi un abisso; nel quale io non osavo gittare uno sguardo risoluto e profondo, perché il mio sogno di felicità mi tratteneva, mi tirava in dietro, attaccato a me tenacemente. Ondeggiai prima in un'angoscia fosca, indefinibile, su cui passavano a quando a quando i bagliori temuti. "É possibile ch'ella non sia pura. E allora?—Filippo Arborio o un altro…. Chi sa!—Conoscendo la colpa potrei perdonare?—Che colpa? Che perdono? Tu non hai il diritto di giudicarla, tu non hai il diritto di alzare la voce. Troppe volte ella ha taciuto; questa volta dovresti tu tacere.—E la felicità?—Sogni tu la felicità tua o quella di entrambi? Quella di entrambi, certo, perché un semplice riflesso della sua tristezza oscurerebbe qualunque tua gioia. Tu supponi che, essendo tu contento, ella sarebbe anche contenta: tu col tuo passato di licenza continua, ella col suo passato di continuo martirio. La felicità che tu sogni riposa tutta su l'abolizione del passato. Perché dunque, se ella veramente non fosse pura, non potresti tu mettere il velo o la pietra su la sua colpa come su la tua? Perché dunque, volendo far dimenticare, non dimenticheresti? Perché dunque, volendo essere un uomo nuovo, disgiunto completamente dal passato, non potresti considerar lei come una donna nuova, nelle condizioni medesime? Una tale ineguaglianza sarebbe forse la peggiore delle tue ingiustizie.—Ma l'Ideale? Ma l'Ideale? La mia felicità sarebbe allora possibile quando io potessi riconoscere in Giuliana assolutamente una creatura superiore, impeccabile, degna di tutta l'adorazione; e nel sentimento intimo di questa superiorità, nella conscienza della sua propria grandezza morale ella a punto troverebbe la massima parte della felicità sua. Io non potrei astrarre dal mio passato né dal suo, perché questa particolare felicità non potrebbe essere senza la nequizia della mia vita anteriore e senza quell'eroismo invitto e quasi sovrumano d'avanti al cui fantasma la mia anima è rimasta sempre china.—Ma sai tu quanto ci sia d'egoismo in questo tuo sogno e quanto d'elevazione ideale? Meriti tu forse la felicità, questo alto premio? Per quale privilegio? Così dunque il tuo lungo errore ti avrebbe condotto non alla espiazione ma alla ricompensa…."
Io mi scossi, per interrompere il dibattito. "In fine, non si tratta se non di un antico dubbio, assai vago, ora risorto per caso. Questo turbamento irragionevole si dileguerà. Io do consistenza a un'ombra. Fra due, fra tre giorni, dopo Pasqua, andremo a Villalilla; e là io saprò, io sentirò indubitabilmente il vero.—Ma quella profonda, inalterabile malinconia ch'ella porta negli occhi non è sospetta? Quella sua aria smarrita, quella nube d'un pensiero continuo che le pesa tra ciglio e ciglio, quella stanchezza immensa che rivelano certe sue attitudini, quell'ansietà ch'ella non riesce a dissimulare quando tu ti avvicini, non sono sospette?" Tali ambigue apparenze potevano anche spiegarsi in un senso favorevole. Però, sopraffatto da un'onda di dolore più violenta, io mi levai e andai verso la finestra col desiderio istintivo d'immergermi nello spettacolo esterno per trovarvi una rispondenza allo stato del mio spirito o una rivelazione o una pacificazione.
Il cielo era tutto bianco, simile a una compagine di veli sovrapposti in mezzo a cui l'aria circolasse producendo larghe e mobili pieghe. Qualcuno di quei veli pareva a quando a quando distaccarsi, avvicinarsi alla terra, quasi radere la cima degli alberi, lacerarsi, ridursi in lembi cadenti, tremolare a fior del suolo, vanire. Le linee dalle alture si volgevano indeterminate verso il fondo, si scomponevano, si ricomponevano, in lontananze illusorie, come un paese in un sogno, senza realità. Un'ombra plumbea occupava la valle, e l'Assòro dalle rive invisibili l'animava de' suoi luccicori. Quel fiume tortuoso, luccicante in quel golfo d'ombra, sotto quel continuo dissolvimento lento del cielo, attirava lo sguardo, aveva per lo spirito il fascino delle cose simboliche, parendo portare in sé la significazione occulta di quello spettacolo indefinito.
Il mio dolore perse a poco a poco l'acredine, divenne pacato, eguale. "Perché aspirare con tanta bramosia alla felicità, non essendone degno? Perché poggiare tutto l'edifizio de la vita futura su un'illusione? Perché credere con una fede così cieca in un privilegio inesistente? Forse tutti gli uomini, vivendo, incontrano un punto decisivo in cui ai più sagaci è dato di comprendere quale dovrebbe essere la loro vita. Tu già ti trovasti in quel punto. Ricòrdati dell'istante in cui la mano bianca e fedele, che portava l'amore, l'indulgenza, la pace, il sogno, l'oblio, tutte le cose belle e tutte le cose buone, tremò nell'aria verso di te come per l'offerta suprema…."
Il rammarico mi gonfiò di lacrime il cuore. Appoggiai i gomiti sul davanzale, mi presi la testa fra le palme; guardando fiso il meandro del fiume in fondo alla valle plumbea, mentre la compagine del cielo si dissolveva senza posa, restai qualche minuto sotto la minaccia d'un castigo imminente, sentii sovra di me pendere una sventura ignota.
Come mi giunse dalla stanza sottoposta il suono del pianoforte, inaspettato, la greve oppressione disparve a un tratto; e mi agitò un'ansia confusa in cui tutti i sogni, tutti i desiderii, tutte le speranze, tutti i rimpianti, tutti i rimorsi, tutti i terrori si rimescolarono con una rapidità inconcepibile, soffocantemente.