Mancava quasi un'ora al mezzogiorno. Era una mattina calda, d'un caldo precoce, azzurra ma navigata da qualche nuvola molle. I frutici deliziosi, che davano il nome alla villa, fiorivano per ogni dove, signoreggiavano tutto il giardino, facevano un bosco a pena interrotto qua e là da cespugli di rose gialle e da mucchi di giaggiòli. Qua e là le rose si arrampicavano su per i fusti, s'insinuavano tra i rami, ricadevano miste in catene, in ghirlande, in festoni, in corimbi; a piè dei fusti le iridi fiorentine elevavano di tra le foglie simili a lunghe spade glauche le forme ampie e nobili dei loro fiori; i tre profumi si mescevano in un accordo profondo che io riconoscevo perché dal tempo lontano era rimasto nella mia memoria distinto come un accordo musicale di tre note. Nel silenzio, non si udiva se non il garrire delle rondini. La casa a pena s'intravedeva tra i coni dei cipressi, e le rondini vi accorrevano innumerevoli come le api all'alveare.
Dopo un poco, Giuliana rallentò il passo. Io le camminavo al fianco, così vicino che di tratto in tratto i nostri gomiti si toccavano. Ella guardava intorno a sé con occhi mobili e attenti, come temendo che le sfuggisse qualche cosa. Due o tre volte io sorpresi su le sue labbra l'atto di parlare: il principio di una parola vi si disegnava, senza suono. Io le chiesi a voce bassa, timido, come un amante:
—Che pensi?
—Penso che non avremmo mai dovuto partire di qui….
—È vero, Giuliana.
Le rondini talvolta, quasi ci rasentavano, con un grido, rapide e rilucenti come strali pennuti.
—Quanto ho desiderato questo giorno, Giuliana! Ah, tu non saprai mai quanto l'ho desiderato!—io proruppi allora, in preda a una commozione così forte che la mia voce doveva essere irriconoscibile.—Nessuna ansietà, vedi, nessuna ansietà, mai nella vita ho provata eguale a questa che mi divora da jer l'altro, dal momento che tu consentisti a venire. Ti ricordi tu della prima volta che ci vedemmo in segreto, su la terrazza di Villa Oggèri, e che ci baciammo? Ero folle di te: tu te ne ricordi. E bene, l'attesa di quella notte mi par nulla al confronto…. Tu non mi credi; tu hai ragione di non credermi, di diffidare, ma io voglio dirti tutto, voglio raccontarti quel che ho sofferto, quel che ho temuto, quel che ho sperato. Oh, lo so: quel che ho sofferto è forse poco al confronto di quel che t'ho fatto soffrire. Lo so, lo so: tutti i miei dolori non valgono forse il tuo dolore, non valgono le tue lacrime. Io non ho espiato il mio fallo, e non sono degno d'essere perdonato. Ma dimmi tu, ma dimmi tu quello che io debbo fare perché tu mi perdoni! Tu non mi credi; ma io voglio dirti tutto. Te sola veramente io ho amata nella vita; amo te sola. Lo so, lo so: queste sono le cose che gli uomini dicono, per farsi perdonare; e tu hai ragione di non credermi. Ma pure, vedi, se tu pensi al nostro amore d'una volta, se tu pensi a quei primi tre anni di tenerezza mai interrotta, se tu ti ricordi, se tu ti ricordi, vedi, non è possibile che tu non mi creda. Anche nelle mie peggiori cadute, tu dovevi essere per me indimenticabile; e la mia anima si doveva volgere a te, e ti doveva cercare, e ti doveva rimpiangere, sempre, intendi?, sempre. Tu stessa non te n'accorgevi? Quando tu eri per me una sorella, certe volte non t'accorgevi che io morivo di tristezza? Te lo giuro: lontano da te, non ho provato mai una gioia sincera, non ho avuto mai un'ora di pieno oblio; mai, mai: te lo giuro. Tu eri la mia adorazione costante, profonda, segreta. La parte migliore di me è stata sempre tua; e una speranza v'è rimasta sempre accesa; la speranza di liberarmi dai miei mali e di ritrovare il mio primo unico amore intatto…. Ah, dimmi che non ho sperato inutilmente, Giuliana!
Ella camminava con estrema lentezza, senza più guardare d'innanzi a sé, a capo chino, troppo bianca. Una piccola contrattura dolorosa le appariva di quando in quando all'angolo della bocca. E poiché, ella taceva, incominciò a muoversi in fondo a me un'inquietudine vaga. Un senso vago di oppressione incominciò a venirmi da quel sole, da quei fiori, dai gridi di quelle rondini, da tutto quel riso, troppo aperto, della primavera trionfante.
—Non mi rispondi?—seguitai, prendendole la mano ch'ella teneva abbandonata lungo il fianco.—Tu non mi credi; tu hai perduto qualunque fede in me; tu temi ancora che io ti deluda; tu non osi di ridonarti perché pensi sempre a quella volta…. Sì, è vero: fu la più cruda delle mie infamie. Io n'ho rimorso come d'un delitto; e, anche se tu mi perdonerai, io non potrò mai perdonarmi. Ma non t'accorgesti tu che io ero malato, che io ero demente? Una maledizione mi perseguitava. E da quel giorno io non ebbi più un minuto di tregua, non ebbi più un intervallo di lucidezza. Non ti ricordi? Non ti ricordi? Tu, certo, sapevi che ero fuori di me, in uno stato di demenza; perché tu mi guardavi come si guarda un pazzo. Più d'una volta io sorpresi nel tuo sguardo una compassione penosa, non so che curiosità e che timore. Non ti ricordi com'ero ridotto? Irriconoscibile…. E bene, io sono guarito, io mi sono salvato, per te. Ho potuto vedere la luce. Finalmente la luce si è fatta. Te sola ho amata nella vita; amo te sola. Intendi?
Pronunziai le ultime parole con una voce più ferma e più lenta, come per imprimerle a una a una su l'anima della donna; e strinsi forte la mano che già tenevo nella mia. Ella sì fermò, nell'atto di chi sta per lasciarsi cadere, anelando. Più tardi, soltanto più tardi, nelle ore che seguirono, compresi tutta la mortale angoscia esalata in quell'anelito. Ma allora non altro compresi che questo: "il ricordo dell'orribile tradimento, evocato da me, le rinnova la sofferenza. Ho toccato piaghe che sono ancora aperte. Ah, se potessi persuaderla a credermi! Se potessi vincere la sfiducia che la tiene! Non sente ella dunque la verità nella mia voce?"