Mi parlava con una voce affiochita ancora dal pianto, interrotta ancora da qualche singulto; mi guardava con una espressione che io riconoscevo, con una espressione ch'ella aveva avuta già altre volte alla vista della mia sofferenza. Un tempo, ella non poteva vedermi soffrire. La sua sensibilità per questo riguardo era esagerata così che io potevo ottener tutto da lei mostrandomi dolente. Tutto ella avrebbe fatto per allontanare da me una pena, la minima pena. Spesso allora io mi fingevo afflitto, per gioco, per agitarla, per essere consolato come un fanciullo, per avere certe carezze che mi piacevano, per muovere in lei certe grazie che adiravo. Ed ora non appariva ne' suoi occhi la medesima espressione tenera e inquieta?

—Vieni qui accanto a me, siediti. O vuoi che seguitiamo a girare pel giardino? Non abbiamo ancora veduto nulla…. Andiamo verso la peschiera. Voglio bagnarmi gli occhi…. Perché mi guardi così? Che pensi? Non siamo felici? Ecco, vedi, incomincio a sentirmi bene, tanto bene.

Ma avrei bisogno di bagnarmi gli occhi, il viso…. Che ora sarà? Sarà mezzogiorno? Federico ripasserà verso le sei. Abbiamo tempo…. Vuoi che andiamo?

Parlava interrottamente, ancora un po' convulsa, con uno sforzo palese, volendo ricomporsi, riacquistare il dominio su i suoi nervi, dissipare in me qualunque ombra, apparirmi fidente e felice. La trepidazione del suo sorriso negli occhi ancora umidi e rosei aveva una dolcezza penosa che m'inteneriva. Nella sua voce, nella sua attitudine, in tutta la sua persona era questa dolcezza che m'inteneriva e m'illanguidiva d'un languore un po' sensuale. Mi è impossibile definire la delicata seduzione che emanava da quella creatura su i miei sensi e sul mio spirito, in quello stato di conscienza irresoluto e confuso. Ella pareva dirmi, mutamente: "Io non potrei essere più dolce. Prendimi dunque, già che mi ami; prendimi nelle tue braccia, ma piano, senza farmi male, senza stringermi troppo forte. Oh, io mi struggo d'essere accarezzata da te! Ma credo che tu potresti farmi morire!" Questa imaginazione mi aiuta un poco a rendere l'effetto ch'ella produceva su me col suo sorriso. Io le guardavo la bocca, quando ella mi disse:—Perché mi guardi così?—Quando ella mi disse:—Non siamo felici?—, io provai il cieco bisogno d'una sensazione voluttuosa nella quale attutire il malessere lasciatomi dalla violenza recente. Quando ella si levò, con un atto rapidissimo io me la presi fra le braccia e attaccai la mia bocca alla sua.

Fu un bacio di amante quello che io le diedi, un bacio lungo e profondo che agitò tutta la essenza delle nostre due vite. Ella si lasciò ricadere sul sedile, spossata.

—Ah no, no, Tullio: ti prego! Non più, non più! Lasciami prima riprendere un po' di forza—supplicò, stendendo le mani come per tenermi discosto.—Altrimenti non mi potrò più levare di qui…. Vedi, sono morta.

Ma in me era avvenuto uno straordinario fenomeno. Tale sul mio spirito quella sensazione quale su una riva un flutto gagliardo che spazzi qualunque traccia lasciando la sabbia rasa. Fu come un annullamento istantaneo; e subito uno stato nuovo si formò sotto l'influenza immediata delle circostanze, sotto l'urgenza del sangue riacceso. Non altro più conobbi che questo:—la donna che io desideravo era là, d'innanzi a me, tremante, prostrata dal mio bacio, tutta mia alfine; in torno a noi fioriva un giardino solitario, memore, pieno di segreti; una segreta casa ci aspettava, di là dagli alberi floridi, custodita dalle rondini familiari.

—Credi tu che io non sarei capace di portarti?—dissi, prendendole le mani, intrecciando le mie dita alle sue.—Una volta eri leggera come una piuma. Ora devi essere anche più leggera…. Proviamo?

Qualche cosa d'oscuro passò ne' suoi occhi. Ella per un istante parve alienarsi in un suo pensiero, come chi considera e risolve rapidamente. Poi scosse il capo; e arrovesciandosi in dietro e appendendosi a me con le braccia stese e ridendo (un poco della sua genciva esangue apparve nel riso), fece:

—Su, tirami su!