E mi mossi verso la porta; salii i tre gradini che parevano quelli di un altare. Mentre stavo per girare la chiave col tremito del devoto che apre il reliquiario, sentii dietro di me Giuliana che m'aveva seguito furtiva, leggera come un'ombra. Ebbi un sussulto.
—Sei tu?
—Sì, sono io—bisbigliò ella, carezzevole, spirandomi nell'orecchio il suo alito.
E, standomi alle spalle, mi cinse il collo con le braccia in modo che i suoi polsi delicati s'incrociarono sotto il mio mento.
L'atto furtivo, quel tremolio di riso ch'era nel suo bisbiglio e che tradiva la sua gioia infantile d'avermi sorpreso, quella maniera d'allacciarmi, tutte quelle grazie agili mi ricordarono la Giuliana d'un tempo, la giovine e tenera compagna degli anni felici, la creatura deliziosa dalla lunga treccia, dalle fresche risa, dalle arie di fanciulla. Un soffio della stessa felicità m'investì, sul limitare della casa memore.
—Apro?—domandai, tenendo ancora la mano su la chiave per girarla.
—Apri,—ella rispose, senza lasciarmi, spirandomi ancora il suo alito nel collo.
Allo stridere che fece la chiave nella serratura, ella mi legò più forte con le braccia, mi si serrò addosso, comunicandomi il suo brivido. Le rondini garrivano sul nostro capo; e pure quel lieve stridore ci parve distinto come in un silenzio profondo.
—Entra—ella mi bisbigliò, senza lasciarmi. Entra, entra.
Quella voce, proferita da labbra tanto vicine ma invisibili, reale e pure misteriosa, spiratami calda nell'orecchio e pure intima come se mi parlasse nel mezzo dell'anima, e femmina e dolce come nessun'altra voce fu mai, io la odo ancora, la udrò sempre.