Io la cinsi, come prima nel viale: e la sospinsi di gradino in gradino, così sorreggendola. Veramente pareva nella casa fosse quel rombo cupo e remoto che conservano in loro certe conchiglie profonde. Veramente pareva che nessun altro romore dall'esterno vi giungesse.
Quando fummo sul pianerottolo, io non aprii l'uscio di contro; ma volsi a destra pel corridoio oscuro, traendo lei per la mano, senza parlare. Tanto forte ella ansava che mi faceva pena, mi comunicava l'ambascia.
—Dove andiamo?—mi domandò.
Io risposi:
—Alla stanza nostra.
Quasi non ci si vedeva. Io ero come guidato da un istinto. Ritrovai la maniglia; aprii. Entrammo.
L'oscurità era rotta dall'albore che trapelava dagli spiragli; e vi si udiva più cupo il rombo. Io volevo correre verso quegli indizi per fare subito la luce, ma non potevo lasciare Giuliana; mi pareva di non potermi distaccare da lei, di non poter interrompere né pure per un attimo il contatto delle nostre mani, quasi che a traverso la cute le estremità vive dei nostri nervi aderissero magneticamente. Ci avanzammo insieme, ciechi. Un ostacolo ci arrestò, nell'ombra. Era il letto, il gran letto delle nostre nozze e dei nostri amori….
Fin dove s'udì il grido terribile?
VIII.
Erano le due del pomeriggio. Tre ore circa erano passate dal momento del nostro arrivo a Villalilla.