—Tullio, Tullio, taci!—m'interruppe ella, supplichevole, quasi che le mie parole le facessero male.

Soggiunse, sorridendo:

—Bisogna che tu non mi ubriachi così…. Te lo dicevo, dianzi. Sono tanto debole; sono una povera malata…. Tu mi dai le vertigini. Io non reggo. Vedi come mi hai già ridotta? Mi hai lasciata con mezz'anima….

Ella sorrideva, con un sorriso tenue, stancamente. Aveva le palpebre un poco arrossite; ma sotto quella stanchezza delle palpebre gli occhi le ardevano d'un ardore febrile e mi guardavano di continuo, con una fissità quasi intollerabile se bene temperata dall'ombra dei cigli. In tutta la sua attitudine era qualche cosa d'innaturale che la mia vista non riusciva a cogliere né il mio spirito a definire. Quando mai la sua fisonomia aveva avuto quel carattere di mistero inquietante? Pareva che di tratto in tratto la sua espressione si complicasse, si oscurasse fino a divenire enigmatica. Ed io pensavo: "Ella è travagliata dal vortice interiore. Non vede ancora chiaramente in sé medesima quel che è accaduto. Tutto, forse, dentro di lei è sconvolto. La sua esistenza non è mutata in un attimo?" E quella espressione profonda mi attirava e mi appassionava sempre più. L'ardore del suo sguardo mi penetrava nelle midolle come un fuoco vorace. Benché io la vedessi così affranta, ero impaziente di prenderla ancora, di stringerla ancora, di udire un altro suo grido, di beverle tutta l'anima.

—Non mangi nulla—io le dissi, facendo uno sforzo per dissipare il vapore che mi saliva al capo rapidamente.

—Anche tu.

—Almeno bevi un sorso. Non riconosci questo vino?

—Oh, lo riconosco.

—Ti ricordi?

E ci guardammo dentro le pupille, alterati, nell'evocare il ricordo d'amore su cui ondeggiava il fumo di quel delicato vino amaretto e biondo ch'ella prediligeva.