—No, no. Lasciami guardare il giardino. A quest'ora, com'è bello!
Vedi? Com'è bello!

Il giardino si dorava qua e là, vagamente. Le cime fiorite degli alberi di lilla pendevano in un color paonazzo vivo; e, come il resto dei rami fioriti in una massa tra bigia e turchiniccia ondeggiava all'aria, parevano i riflessi d'una seta cangiante. Su la peschiera i salici di Babilonia inchinavano le loro capellature soavi; e l'acqua vi traspariva col fulgore della madreperla. Quel fulgore immobile e quel gran pianto arboreo e quella selva di fiori così delicata in quell'oro morente componevano una visione maliosa, incantevole, senza realtà.

Ambedue per qualche minuto rimanemmo taciturni, in potere di quei prestigi. Una malinconia confusa m'invadeva l'anima; l'oscura disperazione che è latente in fondo ad ogni amore umano si moveva dentro di me. D'avanti a quello spettacolo ideale, la mia stanchezza fisica, il torpore de' miei sensi, parevano appesantirsi. Mi occupavano il malessere, lo scontento, l'indefinito rimorso che seguono la cessazione delle voluttà troppo acute e troppo lunghe. Io soffrivo.

Giuliana disse, come in un sogno:

—Ecco, ora vorrei chiudere gli occhi e non riaprirli più.

Soggiunse, rabbrividendo:

—Tullio, ho freddo. Va.

Distesa nella poltrona, ella si restrinse in sé stessa come per resistere ai brividi che l'assalivano. Il suo volto, specie intorno alle narici aveva la trasparenza di certi alabastri lividicci. Ella soffriva.

—Tu ti senti male, povera anima!—io le dissi, accorato, con un po' di sbigottimento, guardandola fiso.

—Ho freddo. Va. Portami il mantello, subito…. Ti prego.