Corsi giù da Calisto, mi feci dare il mantello; risalii subito. Ella aveva fretta d'indossarlo. L'aiutai. Quando si riadagiò nella poltrona, nascondendo le mani dentro le maniche, disse:

—Sto bene, così.

—Vado allora a prendere l'ombrello, laggiù, dove l'hai lasciato?

—No. Che importa?

Io aveva una strana smania di tornare laggiù, a quel vecchio sedile di pietra dove avevamo fatta la prima sosta, dove ella aveva pianto, dove ella aveva pronunziate le tre parole divine: "Sì, anche più…." Era una tendenza sentimentale? Era la curiosità d'una sensazione nuova? Era il fascino che esercitava su me l'aspetto misterioso del giardino in quell'ora ultima?

—Vado e torno in un minuto—dissi.

Uscii. Come fui sotto il balcone, chiamai:

—Giuliana!

Ella si mostrò. Ho ancora avanti gli occhi dell'anima, evidentissima, la muta apparizione crepuscolare: quella figura alta, resa più alta dalla lunghezza del mantello amaranto, e sul cupo colore quella bianca bianca faccia. (Le parole di Jacopo ad Amanda si sono legate, nel mio spirito, con l'imagine inalterabile. "Come bianca, questa sera, Amanda! Vi siete voi svenata per colorare la vostra veste?")

Ella si ritrasse; anzi meglio è dire, per esprimere la sensazione ch'io n'ebbi; disparve. Ed io m'avanzai pel viale rapidamente, non avendo la piena consapevolezza di ciò che mi spingeva. Udivo risonare i miei passi nel mio cervello. Tanto ero smarrito che dovetti fermarmi per riconoscere i sentieri. Da che mi veniva quell'agitazione cieca? Da una semplice causa fisica, forse; da uno stato particolare de' miei nervi, Così pensai. Incapace d'uno sforzo riflessivo, d'un esame ordinato, d'un raccoglimento, io ero in balìa de' miei nervi; su i quali le apparenze si riflettevano provocando fenomeni d'una straordinaria intensità, come nelle allucinazioni. Ma alcuni pensieri balenavano chiari sopra gli altri, si distinguevano; accrescevano in me quel senso di perplessità che già alcuni incidenti impreveduti avevano mosso.—Giuliana in quel giorno non m'era apparsa tale quale avrebbe ella dovuto apparire essendo la creatura ch'io conoscevo, "la Giuliana d'una volta." Ella non aveva assunto verso di me, in certe date circostanze, le attitudini che io m'aspettavo. Un elemento estraneo, qualche cosa d'oscuro, di convulso, di eccessivo, aveva modificata, difformata la sua personalità. Dovevano queste alterazioni attribuirsi a uno stato morboso del suo organismo? "Sono malata, sono molto malata", ella aveva spesso ripetuto, come per giustificarsi. Certo, la malattia produceva alterazioni profonde, poteva rendere irriconoscibile un essere umano. Ma qual'era la sua malattia? L'antica, non distrutta dal ferro del chirurgo, complicata forse? Insanabile? "Chi sa che io non ti muoia presto!" ella aveva detto, con un accento singolare che avrebbe potuto essere profetico. Più d'una volta ella aveva parlato di morte. Sapeva ella dunque di portare in sé un germe letale? Era ella dunque dominata da un pensiero lugubre? Un tal pensiero avea forse accesi in lei quelli ardori cupi, quasi disperati, quasi folli, tra le mie braccia. La gran luce subitanea della felicità aveva forse reso a lei più visibile e più terribile il fantasma che la perseguitava….