—Sì.
—Io ti veglierò, mi beverò il tuo fiato, ti leggerò sul viso i sogni che sognerai. Forse mi nominerai, in sogno….
—Sì, sì.
—Qualche notte, allora, parlavi in sogno. Come mi piacevi! Ah che voce! Tu non puoi sapere…. Una voce che tu non hai potuto mai intendere e che io solo ti conosco, io solo…. E la riudrò. Chi sa che dirà! Forse mi nominerai. Quanto è caro l'atto della tua bocca mentre pronunzia l'u del mio nome! Pare l'accenno di un bacio…. Lo sai? E ti suggerirò qualche parola all'orecchio, per entrare nel tuo sogno. Ti ricordi, allora, quando certe mattine indovinavo qualche cosa di quello che tu avevi sognato? Oh, vedrai, anima: sarò più dolce di allora. Vedrai di che tenerezze sarò capace, per guarirti. Tu hai bisogno di tante tenerezze, povera anima….
—Sì, sì—ella ripeteva ad ogni tratto, abbandonatamente, favorendo la mia illusione ultima, aumentando quella specie di ebrietà torpida che mi veniva dalla mia stessa voce e dal credere che ella ne fosse cullata come da una cantilena voluttuosa.
—Hai udito?—le chiesi, sollevandomi un poco per ascoltar meglio.
—Che? Arriva Federico?
—No. Ascolta.
Ambedue ascoltammo, guardando verso il giardino.
Il giardino s'era confuso in una massa violacea, rotta ancora dal luccichio cupo della vasca. Una zona di luce persisteva ai confini del cielo, una larga zona tricolore: sanguigna in basso, poi arancia, poi verde del verde d'un vegetale morente. Nel silenzio crepuscolare una voce liquida e forte risonò, simile al preludio d'un flauto.