Erano su quel tavolo una boccia d'acqua, un bicchiere, un candeliere, un fazzoletto, alcune forcine che rilucevano; non v'era altro. Feci un esame rapido di tutta l'alcova. Un'ansietà angosciosa mi stringeva. "Giuliana ha la morfina. Ne ha sempre avuta una certa quantità, liquida, per le iniezioni. Son sicuro che ha pensato di avvelenarsi con quella. Dove tiene nascosta la bottiglietta?" Io avevo fissa dentro le pupille l'imagine della piccola fiala di vetro veduta una volta tra le mani di Giuliana, distinta da quel segno sinistro che usano i farmacisti per distinguere un tossico. La fantasia eccitata mi suggerì: "E se ella avesse già bevuto?… Quel sudore…." Tremavo, su la sedia; e un dibattito rapido si agitava dentro di me. "Ma quando? Ma come? Ella non è rimasta mai sola.—Basta un attimo per vuotare una fiala.—Ma in lei non sarebbe forse mancato il vomito….—E quell'accesso di vomito convulso, dianzi, a pena ella è giunta qui? Avendo premeditato il suicidio, forse ella portava seco la morfina. Non può essere ch'ella l'abbia bevuta prima di giungere alla Badiola, in carrozza, nell'ombra? In fatti, ella ha impedito che Federico andasse a chiamare il medico…." Io non conoscevo bene i sintomi dell'avvelenamento per morfina. Nel dubbio, la fronte bianca e madida, la immobilità perfetta di Giuliana mi atterrivano. Stavo per scuoterla. "Ma se m'inganno? Ella si sveglia ed io che cosa le dico?" Mi pareva che la prima parola di lei, il primo sguardo scambiato tra lei e me, la prima comunicazione diretta tra lei e me, dovessero cagionarmi un effetto straordinario, d'una violenza imprevedibile, inimaginabile. Mi pareva che non avrei potuto dominarmi, dissimulare, e che ella subito, guardandomi, avrebbe indovinata la mia consapevolezza. E allora?

Tesi l'orecchio, sperando e temendo che sopraggiungesse mia madre. Poi (non avrei tremato così nel sollevare il lembo d'un lenzuolo funebre per rivedere la sembianza di una persona estinta) scopersi a poco poco il volto di Giuliana.

Ella aprì gli occhi.

—Ah, Tullio, sei tu?

Ella aveva la sua voce naturale. Cosa inaspettata: io potevo parlare.

—Dormivi?—le dissi, evitando di guardarla nelle pupille.

—Sì, m'ero assopita.

—Io dunque t'ho svegliata…. Perdonami…. Volevo scoprirti la bocca. Temevo che tu non respirassi bene…. che le coperte ti affogassero….

—Sì, è vero. Ora ho caldo, troppo caldo…. Levami qualcuna di queste coperte; ti prego.

E io mi alzai per alleggerirla di qualche coperta. M'è ora impossibile definire il mio stato di conscienza relativo a quelli atti che io facevo, a quelle parole che io dicevo e udivo, a quelle cose che accadevano naturalmente come se nulla fosse mutato, come se io e Giuliana fossimo ignari e immuni, come se là dentro non fossero l'adulterio, il disinganno, il rimorso, la gelosia, la paura, la morte, tutte le atrocità umane, in quell'alcova tranquilla. Ella mi domandò: