Stanotte ero distesa nel mio letto, supina. Non avevo mai patito in quel modo il peso del mio corpo; né mai sentito d'essere una cosa, una povera cosa, che non serve più a nulla se quell'uno a cui fu data la lasci cadere o la dimentichi... Ah, se potessi farti comprendere! Ero tua non so in che maniera bruta, con tutte le ossa, con tutto il sangue, con tutto quel peso orrendo; e m'era rimasta una piccola piccola anima come un filo d'acqua sotto un macigno. E quell'anima a ogni tratto ripeteva una parola cieca, una parola che non era neppur sua ma di una povera donna veduta passare in un giorno di mercato per una piazza piena di gente, che diceva: «Perché? perché?» Camminava singhiozzando, con la faccia quasi sommersa nel pianto (la rivedo); e non conosceva nessuno; e la gente s'ammutoliva e la lasciava passare; ed ella ripeteva: «Perché?»; e nessuno poteva risponderle né trattenerla... Come avevo io ritrovato in me quell'accento di dolore senza ragione e senza conforto? Non so. Per soffrir meno, pensavo: «Ecco, sono distesa per lui e non mi alzerò più. Ma che positura mi darebbe egli se dovesse compormi per sempre?» E facevo il gesto del tuo sonno: mettevo le braccia sotto la testa come quando tu t'addormentavi laggiù su la nuda terra. E rimanevo così, ma non cessavo di soffrire. E pensavo: «Ma questo dolore con cui egli mi penetra, che fa parte delle mie ossa, che è la mia midolla, non mi congiunge a lui, inseparabilmente?» E sollevavo la mano contro la fiammella della lampada, e cercavo di scoprirlo a traverso la palma rossa e trasparente... Ah, perché ti racconto queste cose puerili? Voglio che tu sappia da qual notte è nata l'alba di questo giorno. M'ascolti?
Corrado.
T'ascolto. Parla. Dimmi tutto.
Maria.
Allora ho udito un romore confuso che m'ha fatto spavento perché in sul primo non potevo accorgermi se fosse prossimo o lontano, se fosse nel mio sangue o fuori, di tutta la terra o del mio destino: ma così eguale che a poco a poco s'è conciliato con la mia pena, prima che i richiami e i lamenti me lo facessero riconoscere. Era una mandra che passava lungo il Tevere, sotto la mia finestra. Curva sul davanzale, son rimasta a guardare quell'onda biancastra che passava passava, cacciata innanzi, chi sa dove, nella notte senza requie. E, come quel movimento continuo mi dava un poco di vertigine, nello sporgermi ho sentito ch'era facile lasciarmi cader giù; e un vóto mi s'è riaperto in mezzo al cuore, di sùbito, un vóto che forse ti parrà triste ma che pure talvolta mi suscitava un gran tumulto di felicità: il desiderio di morire perché da me ti venisse qualche bene ignoto. Ero lucida tuttavia nell'orrore della strada brutale calpestata dalla mandra lamentevole. «Meglio è sparire, senza sangue, senza strazio», ho pensato. «Il fiume è là. Traverserò la casa a piedi scalzi, scenderò le scale, aprirò la porta, camminerò fino all'argine...» Mi son chinata con un gesto istintivo, e mi sono accorta che i miei piedi erano già nudi e ghiacci. Ma, nel riaffacciarmi per seguire l'ultimo pastore che scompariva verso San Paolo, ho traveduto nel cielo un bagliore d'alba e ho sentito salire dalla mia carne più profonda qualche cosa come un grido senza suono...
Sopraffatta dal tumulto, ella s'arresta. Nasconde la faccia contro l'omero dell'uomo.
Mi perdoni se vivo? Mi perdoni se sono tua... ancóra più, ancóra più?
Corrado.
Maria, Maria, chi ti dà questa voce? e perché oggi sei in me più addentro che il mio stesso cuore? Quando ti presi per la prima volta nelle mie braccia, non eri mescolata a me come ora. Sento che è nata in te non so che potenza...
Maria.