Maria.

Sono certa.

Discosta da sé la donna egli e balza in piedi, non reggendo all'émpito. Dalla proda del divano si protende ella a guardare l'agitato, come dal fondo di una fossa ove sia caduta e debba perire.

È una sciagura? Hai orrore del vincolo sacro? Vuoi ch'io opprima il tuo sangue che già pulsa in me? Gettami una parola. Il vóto è differito d'un sol giorno. La notte è prossima.

Sommessa parla ma con selvaggio anelito. Si volge egli impetuoso e le si gitta dinanzi quasi di schianto, fervido come in una preghiera inalzata.

Corrado.

Folle! Divina! Bacio le tue ginocchia, adoro ogni vena delle tue mani, trattengo l'alito davanti a te per tema di turbare il germe che tu nutri. Tutto quel che di più dolce e di più casto è sopravvissuto alla mia guerra, io posso raccoglierlo ancóra e offrirlo all'apparizione del tuo mattino. Per un attimo ho sentito tra le mie pàlpebre aride i tuoi occhi medesimi, il fresco del tuo sguardo, e ho veduto anch'io sopra una terra coperta di scorie tremolare l'unico fiore al vento della tua alba. Quasi non oso più toccarti. Vorrei con quel che mi resta della mia forza creare la pace e la bellezza intorno al tuo miracolo silenzioso. Che la mia ragione eroica di vivere sia perpetuata! Che la Natura trasmetta in carne il segno della mia più profonda cicatrice! E che nella tua memoria io sia assolto!

Maria.

Assolto di che? E che è mai la colpa? E che è mai la memoria? Tutto quel che è tuo, è presente sempre. Ieri e oggi vivono nella medesima luce. Quel che ti riguarda sembra trovarsi in un mondo ove la prova non ha né significato né esistenza. Una sola omai è la parola che l'amore dice alla mia anima: «Oltre». È la tua parola stessa.

Di nuovo rapita, ella tra le sue palme gli solleva la testa. Egli è fiso a una imagine ignota.