in noi non pel varco dei sensi

ma com'entra un puro pensiero.

Tuttavia ella era ieri anche più bella, mentre la contemplavo stando di là dalla folta selva di pini che mi nascondeva il mare. Non era ella come il sogno ieri ma come la vita, ma come una vita che sorgendo dalla più remota malinconia e melodia della Terra si palesasse a sommo della rupe in quella guisa indicibile onde appare nello sguardo dell'uomo il sùbito ardore dell'anima. La «materia prometèa» sembrava a un tratto divenuta impaziente di attendere lo scalpello e il martello del Titano, pronta a foggiarsi da sé medesima secondo la sua aspirazione, pronta a dare da sé medesima alla sua massa l'effigie del suo spirito, in quella guisa indicibile onde l'anima dell'uomo sembra crear dall'interno l'ossatura che la significa. E non mai la parola della sera aveva parlato nel mio cuore con una musica tanto religiosa.

La distesa umile dei campi era oscurata, sotto quella grandezza in punto di trasfigurare; e fumigava quasi cerulea di mirra senza odore. Io stava ai piedi d'un alto pioppo, ch'era l'ultimo d'un lungo ordine d'eguali; ed ecco, udii il fremito della cima, e alzai il capo a guardare. E la tregua della contemplazione fu rotta, perché invidiai l'albero; che è un uomo più saggio e più antico. Egli vedeva due spettacoli con la sua cima fremente: vedeva l'Alpe e vedeva il Mare. E io sentii con affanno, guardando il lucido moto delle frondi bicolori, sentii che lo spettacolo a me nascosto dal folto della selva era il più bello. «Che mai sarà la luce su la marina, se il suo riflesso è tanto bello su la montagna?»

Allora, meditando per i sentieri silvani, scopersi il viso virgineo di una semplice verità; il quale mi diede tanta gioia che mi compensò di quell'affanno. E consacrai l'apparizione alla cima del pioppo candido, e il pioppo al mio dèmone.

E Oggi, o amico, mentre ti offro questa mia opera e raduno le pagine ancor calde di un'altra e mi preparo alla dipartita autunnale, io rinnovo al dèmone il voto di ieri: «Concedimi che in questo luogo dove tutto è alto e puro e degno di ripercuotere il grido fùnebre di Niobe già qui dalla mia anima udito, concedimi che in questa solitudine io termini di scolpire la mia propria statua secondo le leggi che m'assegnasti tu solo».

La Versiliana, 30 novembre 1906.

PIÙ CHE L'AMORE.

LE PERSONE DELLA TRAGEDIA.