Anche gli eroi della mia tragedia, travolti dalla sventura o sorpresi dall'Ate carnale, si sforzano di obbedire a quel comando e cercano di uccidere «la bestia inferma nel loro fango penoso». La mia recentissima opera sviluppa in forma tragica taluno dei più attivi fermenti ond'è fervido quel carme che il poeta considera come

il monumento al suo spirto

liberato e liberatore.

Che mai può dunque significare e valere il tentativo di rivolta contro la mia signoria spirituale, basso e vano come una sommossa di schiavi ubriachi? Qual mai potenza può oggi essere rivendicata contro la mia arte, se la mia arte ha celebrato e celebra nella più schietta e più energica lingua d'Italia le più superbe e le più sante potenze della vita? In nome di qual principe degno d'essere unto e coronato re domandano la mia deposizione i poveracci che si sfamano con gli avanzi dei miei conviti e i ladruncoli che trafugano i frutti caduti dagli alberi dei miei giardini? Come mai può sperare, non dico di prevalere ma di giungermi al calcagno, il rancore servile dei troppi che, non sapendo avermi per maestro, m'hanno per padrone e rècano in fronte il mio marchio rosso e cercano invano di graffiarlo rompendosi le unghie — sia detto con sopportazione — non dissimili a quelle di Taide attuffata nella seconda bolgia?

Nessuno, certo, sa ridere più tranquillamente di me. Però v'è una specie avversa che riesce a privare della consueta sobrietà le mie allegrezze. Non rado avviene ch'io trasmodi, e mi perdonino le Grazie decenti, quando il Catoblepa — la bestia plantìgrada nominata nel Morgante del Pulci, «che va col capo in terra e colla bocca» — fa una buca nel mollicchio grufolando e m'insegna che quella è la divina profondità a me preclusa; poi s'adira, digrigna, ringhia, crede di stritolarmi vivo e non s'accorge d'avere addentato una delle sue quattro zampe insensibili, gravi di grasso, di stupore e di mota.


Com'è lieve oggi, o amico, la bellezza dell'Alpe di Luni! Anche la faccia del Tirreno è di sì tenue purità che mi toglie il desiderio di risollevare gli occhi verso il cielo, perché appar quasi una imagine del cielo più divina e più vicina, simile forse a quell'estatica attesa che nei sereni impàllida tutto l'occidente quand'è per sgorgarne la lacrima di Espero. Ma l'Alpe mi fa volgere il capo in dietro e obliare il resto.

È ben quella che affocata dal tramonto diede a Dante ospite dei Malaspina la visione della Città di Dite; è ben quella che il furente Buonarroti sviscerò perché gli rendesse le sue creature imprigionate fin dall'alba dei tempi nella matrice marmorea; è la patria delle aquile nere e delle sentenze lapidarie, è la sostanza terrestre delle forme eterne. Ma oggi il suo travaglio ha tregua, la sua durezza si spetra. Non v'è nel mondo visibile, non nella mia memoria, una parvenza che le somigli. Forse, ora che mi ricordo, forse a lei smisurata e inesausta somiglia solo quel fiore paràlio che in un giorno di felicità vidi sopra le sabbie del Fàlero attico e non lo colsi,

ah di sì lieve

bellezza che parveci entrasse