Rudu.

Siamo di già stasera a Sigalè, in mezzo al bosco? Sa vida pro sa vida, sa pedde pro sa pedde!

Si appressa alla tavola, eseguendo il comando.

Corrado.

Ah, Rudu, non servo ma compagno, buon compagno, che darei per esserci stasera con te in un cerchio di fuochi! Ti ricordi la felicità di quella sera quando per la prima volta rimanemmo soli, con la piccola scorta, prima di giungere a Milmil, in quel mare d'erba dove pascolavano le antilopi e gli onagri? A un tratto vedemmo un leone sopra una guglia di termiti crollata, che ci guardava fiso. Era il primo. Scomparve nella macchia, avanti ch'io potessi mirarlo. Ci avvicinammo. Aveva lasciato sul posto la metà d'una gazella, che tu cuocesti al tuo modo sardo nel calore della fossa cavata in terra; e non facemmo mai cena più allegra. Te ne ricordi?

Rudu.

E come no, su mere?

Corrado.

Dopo, prendesti la tua launedda e sonasti un'aria della tua Planargia su le tre canne dispari; e dopo cantasti una canzone della Vega, che non pareva nata nell'agrumeto della tua isola triste ma nella stessa terra dov'eravamo distesi e dove tu l'avevi ricondotta. E gli Arabi di Massaua e gli Assaortini e i Beni-Amèr ascoltavano in cerchio immobili, come se il tuo canto non fosse straniero ma venisse dal fondo della loro infanzia. E la patria non più era dietro di noi ma davanti a noi, di là dalle alte erbe in fiamme, nella notte piena di odore leonino e di pericolo.

Apre con un colpo secco la carabina e introduce le cartucce.