O Virginio, canta anche in te il sangue della creatura che m'è cara. Perdonami l'impazienza irosa: non è che dolore. Erano sere di primavera come questa quando entravamo nell'ombra della chiesa: io poggiavo il braccio su la tua spalla per contemplare il colosso di pietra «quasi belva, quasi dio». Portagli una corona di cipresso, in memoria di me, e deponila su le grandi ginocchia ove sognando mettemmo il nostro avvenire.

Virginio.

Che è questa tristezza mortale che t'accascia? Corrado, l'ora fugge. Bisogna risolvere e affrettarsi.

L'uccisore è fisso, come occupato da qualcosa di torpido. Parla sordamente.

Corrado.

E se la brutalità del caso m'infliggesse una fine ignominiosa?

Virginio.

Quale?

Corrado.

Se io fossi raggiunto prima di entrare in franchigia? se riescissero a prendermi vivo?