Corrado.
Io ti dico addio, in una gloria che fu silenziosa; e ricòrdati, solo per quella, di porre la corona di cipresso su le ginocchia di pietra. O fratello perduto, onora nell'assassino la Volontà invincibile! A Olda, sopraffatto dal numero, atterrato, disarmato, stretto in un cerchio ostile, mi sollevai di sul cumulo nero degli uccisi (sotto i mille sguardi di terrore e di furore sentivo il bianco del mio volto divenire soprannaturale e quasi dalla potenza dell'anima assumere la luce dell'immortalità), mi sollevai e dissi pacato per la bocca dell'interprete: «Io sono un dèmone, e voi non potete farmi né soffrire né morire». Dissi e mantenni. Il mio buon Sardo era al mio fianco; e per obbedirmi seppe essere il mio pari. «Né soffrire né morire.» Cantammo e ridemmo, nella tortura. Vedemmo colare il nostro sangue, udimmo scricchiolare le giunture delle nostre ossa; e cantammo e ridemmo, sempre fisando i carnefici che non sostenevano lo sguardo sgomenti. «Né soffrire né morire.» Il Fato mi contraccambiò d'amore! Il pànico a un tratto spense la ferocia; il supplizio fu tralasciato; la tribù si sottomise al dèmone; inalzato dal coraggio sopra il dolore e sopra la morte, il volto bianco parve immortale.
La pietà fraterna si esala nel più affettuoso grido.
Virginio.
O fratello non perduto per l'anima mia, soffri ma non morire!
Corrado.
«Che la Natura trasmetta in carne il segno della mia più profonda cicatrice!» ha detto già la mia preghiera a quella che porta il mio figlio.
Virginio.
Tu hai nominato il tuo figlio!
Alle ultime parole di Corrado Brando, guizza il Sardo tra i due battenti dell'uscio socchiuso e resta in piedi senza osare d'aprir bocca, scuro in volto e inquieto. Si volge Corrado e al primo sguardo sembra che indovini. La passione, che accendeva la sua voce, si spegne a un tratto. Il suo nuovo accento esprime una straordinaria tranquillità.