Tutto è silenzio. Più non canta lungo il fiume di gloria la viatrice dalla chioma irta di fronda: si ferma su la sacra foce e aspetta, poggiata a una spada larga come la pala d'un remo.
O Vittoria annitrente, vergine poledra pasciuta d'asfodeli, che vidi balzar dalla rupe di Ardea, dalla rocca del magnanimo Turno (splendeva nel balzo tra i quattro zoccoli il ventre candido come quel dell'airone) or perché mi torni nel sogno e m'incalzi?
Non te amo, non te; ma nel candore di un altro deserto la belva indicibile dalle grida feminee, la leonessa alata d'ali aquiline, armata d'acute mammelle che non nutrono uomo né dio.
Io la riveda! Io la riveda anche una volta, ne beva il soffio che odora del pasto cruento, m'erga nell'orrore del suo sguardo più antico della Necessità e del Tempo, fiso al segno regale nella mia fronte non cancellato; e attenda il primo raggio del Sole, quel che tutta faceva risonar la mia vigile vita come dardo scagliato contro simulacro di bronzo; e percosso da quello io precipiti sotto l'una branca protesa, e quivi rotto biancheggi nell'aridità sempiterna ossame d'eroe senza nome.
IL PRIMO EPISODIO.
Appare una stanza spaziosa e imbiancata, nella casa di Virginio Vesta, ingegnere d'acque; che sta lungo il Tevere, alla Marmorata, tra l'Aventino e il Testaccio. Una finestra è a man ritta, una porta a manca, un'altra in fondo. Alle pareti pendono tabelle di formule, tavole grafiche, grandi carte ove sono figurati i corsi dei fiumi dei torrenti dei canali, gli apparecchi delle fontane, gli spaccati delle cisterne delle condotte dei serbatoi delle chiuse delle dighe dei ponti, le opere di presa e di difesa, i congegni delle nuove macchine per inalzare condurre governare le acque. Scaffali bassi ricorrono intorno, carichi di volumi. Una tavola robusta è presso la finestra; e sopra vi sono i larghi fogli per disegnare, le righe le squadre le seste le matite gli inchiostri, tutti insomma gli strumenti dell'arte; e v'è anche di metallo il modello d'un ariete idraulico, di legno il modello d'un ponte a tre archi, in un vaso di vetro un mazzo di violette. Non questi fiori soltanto interrompono la semplicità rigorosa ma anche alcune imagini sublimi: il busto di Dante, il ritratto a sanguigna della vecchiezza di Leonardo, la testa dello Schiavo di Michelangelo, la maschera di Ludwig van Beethoven formata da Franz Klein nel 1812, il calco della statua mutilata che fu tratta dal frontone occidentale del Partenone, creduta da taluno il simulacro fluviatile dell'Ilisso attico.
È un pomeriggio di marzo, mutevole, in cui s'avvicendano gli scrosci di pioggia e gli sprazzi di sole. Per la finestra si scorgono i lecci i pini i cipressi dell'Aventino, Santa Maria del Priorato, la villa dei Cavalieri di Malta, i mandorli sul clivo erboso, le vecchie muraglie coperte di edera.
Virginio Vesta è in piedi, contro la tavola del suo lavoro, nell'atto di tirare una linea retta sul foglio. Corrado Brando si muove per la stanza inquietamente; nel parlare si sofferma o tendendosi verso l'amico si appoggia allo spigolo della tavola o si pianta dinanzi alla maschera titanica o si lascia cadere su una scranna e poi di sùbito balza e riprende a far le volte del leone. Qualcosa di violento e di subitaneo è in tutte le sue movenze, e un'aspra passione gli dirompe la voce.
Corrado Brando.
La linea retta, quella che tu segni là con la tua riga d'acciaio: una mèta certa; e sia pure una ruina certa, la caduta irreparabile, lo stroncamento dei due gomiti e delle due ginocchia; ma un sì o un no. Intendi? Questo volevo dalla vita.