Forse una grande Musa cammina in quest'ora per un cammino terrestre, non veduta, che gli uomini ignari chinano gli occhi su le scodelle fumanti. Forse va sola e scalza su l'antico basalto, nella solitudine ostiense; forse dalla selva laurèntia va verso la via delle Tombe, o forse lungh'esse le muraglie del porto sepolte e sommerse. Passa tra gli stipiti eretti della Porta Marina; ode appressarsi alla foce la nave carica della fortuna di Roma. E i lauri intorno al capo chiomoso brillano irti come ferri di lance che il sangue del vespero arrossa.
Volontà occhichiara, figlia di Pallade e del Satiro, gioia dello stupro divino, concepita in un altissimo grido, primogenita d'un altra generazione di Muse, ti sovvenga del regno lontano!
Il ciel della sera aveva sopra noi il colore del tèndine; che pallido è come la perla ineffabile, palesato nella ferita. E non di fronda fu irto il coraggio nel rischio ma d'una selva di braccia. Il corpo d'un solo parve numeroso come il numero ostile: fu d'improvviso una folla possente, una moltitudine di titàni al comando di un re senza clava. E udivam dietro noi garrire la bandiera invisibile nel vento del mare, il bàttito della vela d'Ulisse sfuggita alla scotta. E tutta la sabbia era come la pelle distesa d'un immenso leone. Ed eravi un re, un re nel Deserto: il cuore carnale, non maggiore della man chiusa; ma l'intera grandezza del cielo pareva discendere nei pulmoni che l'avvolgevano aerei, conversa in sovrumano respiro.
O grandezza! La più grande è la più sconosciuta.
Ora verso qual plaga del cielo io leverò la mia bocca?
Ecco che l'aquila viene con grave remeggio recando nell'unghie una salma pesante come il mio destino ferrato. È l'aquila? o la mia speranza rapace che rise troppo presso alla folgore?
Nuove Erinni, figlie dell'Aurora e dell'Uomo, investigate il cuor mio, con lo scandaglio oceanico; e se da voi si discopra nel fondo altra cosa che un desiderio immortale, voi gettatelo come un frutto corrotto nel vicolo ingombro d'immondizia plebea. Ma se quel desiderio e il mio cuore sono un medesimo peso, lasciatelo nell'artiglio sublime, col segreto che non può più esser detto.
Laggiù, laggiù, l'Arco della Notte inalza il suo trionfo alle stelle. Ahi nero vino dell'agonìa che bere bisogna fino all'ultima goccia nella tazza dell'onta! Non mai tanto bella mi parve la sorte del naufrago che beve il lungo sorso del mare come un nutrimento eterno e ode nell'orecchio rempiuto l'ululo della sirena che lo chiama alla trasfigurazione notturna.
Tutto è cenere, tutto è silenzio. Libera alfine m'è d'ogni strepito l'anima, lungi alla turba ventosa che non raccoglie se non il suo proprio murmure nei fóri trafitti per l'osso del capo curvato.