Taci tu, cosa da mercato,

ingombro gemebondo!

Laus Vitæ, XVII.

MOTIVI PER UN ESODIO SINFONICO.

Una lamentazione gorgònea congela il cuor della Notte; e il pianto delle Pleiadi è vinto. Pieno di forze in travaglio, che lùcono e tacciono, è il firmamento latino. L'incendio si spande; e il poledro selvaggio nell'Agro si volge, e sembra che s'oda scalpitare il centauro su le pietre dell'Appia; e il pastore inconsapevole come al tempo di Numa guarda il segno rosseggiare su l'Urbe saturnia e non teme.

Chi inciderà ancóra una sillaba nel frontone dell'Arco? E chi nella parete del Monte scolpirà una lettera sola del nome? E chi scruterà l'Avvenire convolto nel grembo penoso?

Certo laggiù si consuma una forza d'eroe non invano; però che il vento del Fato e del Mare, ecco, si leva ed infervora il rogo.

Vento del Mare e del Fato, che trascorri l'Appia deserta e visiti tutte le tombe e percuoti la rupe ov'ebbe il Piloto dalla figlia del Sole segnata la via tremenda per alla dimora del Buio, or soffia su l'arsione vorace, sùscita fino agli astri la fiamma, èccita il ruggito del fuoco, àgita la fiaccola immane su l'Urbe che sa altri olocausti, scaglia le faville e le ceneri negli occhi degli uomini servi e accècali perché veggano l'onta. Vae victis!

«Io non sono il badile né la bisaccia né la bilancia né l'aspo. Sono il timone e la spada, la tempesta e la guerra» gridò l'uccisore sul rogo. «Ma chi narrerà al mio figlio che, nella mia morte notturna, ho tenuto sul mio petto il mio Sole simile a una mola rovente? Via, cani, alla catena! La mia cenere è semenza.»

Fine della tragedia.