E la sua indignazione non aveva fine. Ella più era ferita dall'ingiusta accusa perchè si sentiva capace dell'azione che le addebitavano.

“Dunque voi non l'avete presa?” interruppe Don Silla, ritirandosi in fondo alla sua grande sedia curule, prudentemente.

“Mi faccio meraviglia!” garrì di nuovo la donna, agitando le lunghe braccia come due bastoni.

“Be', andate. Si vedrà.”

Candia uscì, senza salutare, urtando contro lo stipite della porta. Ella era diventata verde: era fuori di sè. Mettendo il piede nella via, vedendo tutta la gente assembrata, comprese che oramai l'opinione popolare era contro di lei; che nessuno avrebbe creduto alla sua innocenza. Nondimeno [pg!233] si mise a gridare le sue discolpe. La gente rideva, dileguandosi. Ella, furibonda, tornò a casa; si disperò; si mise a singhiozzare su la soglia.

Don Donato Brandimarte, che abitava a canto, le disse per beffa:

“Piangi forte, piangi forte, che mo' passa la gente.”

Come i panni ammucchiati aspettavano il ranno, ella finalmente si acquetò; si nudò le braccia, e si rimise all'opera. Lavorando, pensava alla discolpa, architettava un metodo di difesa, cercava nel suo cervello di femmina astuta un mezzo artifizioso per provare l'innocenza; arzigogolando sottilissimamente, si giovava di tutti li spedienti della dialettica plebea per mettere insieme un ragionamento che persuadesse li increduli.

Poi, quando ebbe terminata la bisogna, uscì; volle andare prima da Donna Cristina.

Donna Cristina non si fece vedere. Maria Bisaccia ascoltò le molte parole di Candia scotendo il capo, senza risponder niente; e si ritrasse con dignità.