E l'uomo, con un moto brutale, fece per andarsene. Ma l'Africana gli si gettò alla persona, stringendogli le braccia, e mettendogli il volto contro il volto, ed opprimendolo con tutta la mole delle carni, per un impeto di passione e di gelosia così terribilmente incomposto che Passacantando ne rimase atterrito.
“Che vuo'? Che vuo'? Dimmele! Che vuo'? Che te serve? Tutte te denghe; ma statte' nghe me, statte' nghe me. Nen me fa muri di passijone.... nen me fa ì 'n pazzía.... Che te serve? Viene! Píjiate tutte quelle che truove....” Ed ella lo trasse verso il banco; aprì il cassetto; gli offerse tutto, con un gesto solo.
Nel cassetto, lucido di untume, erano sparse alcune monete di rame tra cui luccicavano tre o quattro piccole monete d'argento. Potevano essere, insieme, cinque lire.
Passacantando, senza dir nulla, raccolse le monete e si mise a contarle su 'l banco, lentamente, [pg!246] tenendo la bocca atteggiata al dispregio. L'Africana guardava ora le monete, ora la faccia dell'uomo, ansando come una bestia stracca. Si udiva il tintinno del rame, il russare aspro di Binchi-Banche, il saltellare della tortora, in mezzo al continuo rumore della pioggia e del fiume giù per il Bagno e per la Bandiera.
“Nen m'abbaste,” disse finalmente Passacantando. “Ce vo' l'autre. Cacce l'autre, se no i' me ne vajie.”
Egli s'era schiacciato il berretto su la nuca. Il ciuffo rotondo gli copriva la fronte, e sotto il ciuffo li occhi bianchicci, pieni d'impudenza e d'avarizia, guardavano l'Africana intentamente, involgendo quella femmina in una specie di fascinazione malefica.
“I' nen tenghe chiù niende. Tu mi siè spujate. Quelle che truove, pijiatele....” balbettava l'Africana, supplichevole, carezzevole, mentre la pappagorgia e le labbra le tremavano, e le lagrime le sgorgavano dalli occhietti porcini.
“'Mbé,” fece Passacantando, a voce bassa, chinandosi verso di lei. “'Mbé, e t'acride che i' nen sacce che maritete tene li marenghe d'ore?”
“Oh, Giuvanne.... E coma facce pover'ammè?”
“Tu, mo, súbbito, vall'a pijà. I' t'aspett'a qua. [pg!247] Maritete dorme. Quest'è lu momende. Va; se no nen m'arvide chiù, pe' Sant'Andonie!”