“Embé, facémele! Ma, dapù?”

Il Ristabilito si soffermò di nuovo. I suoi piccoli occhi brillavano come due carbuncoli schietti; la sua faccia florida e rubiconda tra le orecchie faunesche vibrava tutta in una smorfia di gioia. Egli fece, laconico:

“Le sacce i'.”

Veniva da lungi in contro ai due Don Bergamino Campione, nero in tra la pioppaia ignuda e argentea. Subito che i due lo scorsero, sollecitarono il passo verso di lui. E il prete, veduta la lor cera giuliva, dimandò sorridendo:

“Che me dicéte de bbelle?” [pg!273]

Comunicarono li amici in brevi parole il lor proposito a Don Bergamino, il quale assentì con molto rallegramento. E il Ristabilito soggiunse, a bassa voce:

“Aqquà avéme da fa' li cose a la furbesca maniere. Vu sapete ca Peppe, da quande s'ha pijiate chella brutta vijecchie de Donna Pelagge, s'ha fatte avare; e lu vine je piace assa'. 'Mbé, jémele a pijà e purtémele a la taverne d'Assaù. Vu, Don Bergamine, détece a beve a tutte e paghete sempre vu. Peppe bevarrà quante chiù putarrà, senza caccià quatrine; e se pijarà 'na bona parrucche. Accuscì nu, dapù, putéme fa' mejie l'affare nuostre....”

Lodò Ciávola il consiglio del Ristabilito, e il prete vi s'accordò. Andarono insieme verso la casa dell'uomo, distante due tiri di fucile; e quando furono da presso, Ciávola diede la voce:

“Ohe, La Bravettaa! Vuo' venì a la taverne d'Assaù? Ce sta lu prévete aqquà che ce paghe na carráfe. Oheee!”

La Bravetta non pose indugio a discendere su 'l sentiero. E tutti e quattro camminarono in fila, motteggiando, sotto il chiarore della nuova luna. Nella serenità il miagolío de' gatti presi d'amore saliva ad intervalli. E il Ristabilito fece: