“O Pe', nen siente Pelagge che t'archiame?” [pg!274]
In su la sinistra riva splendevano i lumi della taverna d'Assaù ripercossi dall'acqua. Ora, come il corso del fiume era ivi per solito assai dolce, Assaù teneva un paliscalmo per traghettare li avventori. Alle voci, si mosse in fatti il paliscalmo e venne per l'acqua luminosa a prendere i sopraggiunti. Quando tutti i quattro salirono, tra amichevoli clamori, Ciávola con le sue lunghe gambe prese a far traballare e scricchiolare il legno per atterrire La Bravetta che in mezzo all'umidità fluviale fu assalito da un nuovo impeto di starnutazioni.
Ma nella taverna, in torno a un desco di quercia, li amici moltiplicarono le risa e i clamori. Ognuno mesceva da bere all'insidiato, a cui quel buon vermiglio succo delle vigne spoltoresi, brusco, quasi frizzante, ricco di sapore e di colore, scendeva agevolmente nel gorgozzúle.
“'N'atra carráfe!” ordinava Don Bergamino, battendo il pugno in su 'l desco.
Assaù, un uomo tutto bestialmente villoso fin sotto li occhi e di gambe storto, recava le caraffe arrubinate. Ciávola canticchiava una canzone di molta libertà bacchica, percotendo in ritmo il vetro dei bicchieri. La Bravetta, con la lingua già impedita, con li occhi già natanti nella favolosa [pg!275] gioia del vino, balbettava non so che laudi del suo bel porco e teneva il prete per la manica affinchè ascoltasse. Sopra di loro pendevano dalla vôlta lunghe corone di poponelle d'acqua verdegialle; le lucerne mal nutrite d'olio fumigavano.
Era buona ora di notte quando li amici ripassarono il fiume, alla luna occidua. Nel discendere su la riva Mastro Peppe fu lì lì per cadere tra la melma, tanto egli avea le gambe malferme e la vista torbida.
Disse il Ristabilito:
“Facéme 'n'ópera bbone. Arpurtéme a la case custù.”
E il ricondussero, sorreggendolo alle ascelle, su per la pioppaia. Balbettava l'ebbro, travedendo i tronchi biancicanti nella notte:
“Uh, quanta frate duminicane!...”