“Ohe, Mastre Pé, e mo che ccazze fiè?” garrì di nuovo il capraro, mostrando in un suo ghigno le gencive bianchicce e vacue. “Ohe, e queste mo che signífeche?” Tutti i villici ruppero l'ordine, e attorniarono La Bravetta: alcuni con risa di beffa, altri con parole irose. Le ribellioni di orgoglio subitanee e [pg!289] brutali che ha l'onore della gente campestre, le severità implacabili della superstizione scoppiarono d'improvviso in una tempesta di contumelie.

“Pecché ci si' fatte venì a qua? Pe' jettà la cólepe a une de nu 'nghe 'na fatture fánze? Pe' cujunà a nu? Pecché? Si' fatta male li cunde! Latre, bbuciarde, naso, fijie de cane, fijie de p...! A nu vu cujunà? Pezze de fesse! Latre! Nasó! Te vuleme rompe tutte li pignate 'n cocce. Fijie de p...! Sangue de Criste, tu!”

E si dispersero, dopo aver rotto il fiasco e i bicchieri, gridando le ultime ingiurie di tra i pioppi.

Allora rimasero nell'aia Ciávola, il Ristabilito, le oche e La Bravetta. Questi, pieno di vergogna, di rabbia, di confusione, con il palato ancora morso dalla perversità dell'aloe, non poteva profferire parola. Il Ristabilito stette a considerarlo crudelmente, percotendo il terreno con la punta del piede poggiato in su 'l tacco, scotendo per ironia il capo. Ciávola squittì, con un indescrivibile suon di dileggio:

“Ah, ah, ah, ah! Brave! Brave La Bbravette! Dicco nu poche: quante ci si' fatte? Diece ducate?” [pg!290]

[IL MARTIRIO DI GIALLUCA.]

Il trabaccolo Trinità, carico di fromento, salpò alla volta della Dalmazia, verso sera. Navigò lungo il fiume tranquillo, fra le paranze di Ortona ancorate in fila, mentre su la riva si accendevano fuochi e i marinai reduci cantavano. Passando quindi pianamente la foce angusta, uscì nel mare.

Il tempo era benigno. Nel cielo di ottobre, quasi a fior delle acque, la luna piena pendeva come una dolce lampada rosea. Le montagne e le colline, dietro, avevano forma di donne adagiate. In alto, passavano le oche selvatiche, senza gridare, e si dileguavano.

I sei uomini e il mozzo prima manovrarono d'accordo per prendere il vento. Poi come le vele si gonfiarono nell'aria tutte colorate in rosso e [pg!291] segnate di figure rudi, i sei uomini si misero a sedere e cominciarono a fumare tranquillamente. Il mozzo prese a cantarellare una canzone della patria, a cavalcioni su la prua.

Disse Talamonte maggiore, gittando un lungo sprazzo di saliva su l'acqua e rimettendosi in bocca la pipa gloriosa: