“Lu tembe n'n ze mandéne.”
Alla profezia, tutti guardarono verso il largo; e non parlarono, Erano marinai forti e indurati alle vicende del mare. Avevano altre volte navigato alle isole dalmate, a Zara, a Trieste, a Spálatro; e sapevano la via. Alcuni anche rammentavano con dolcezza il vino di Dignano, che ha il profumo delle rose, e i frutti delle isole.
Comandava il trabaccolo Ferrante La Selvi. I due fratelli Talamonte, Cirù, Massacese e Gialluca formavano l'equipaggio, tutti nativi di Pescara. Nazareno era il mozzo.
Essendo il plenilunio, indugiarono su 'l ponte. Il mare era sparso di paranze che pescavano. Ogni tanto una coppia di paranze passava a canto al trabaccolo; e i marinai si scambiavano voci, familiarmente. La pesca pareva fortunata. Quando le barche si allontanarono e le acque ridivennero deserte, Ferrante e i Talamonte discesero sotto coperta [pg!292] per riposare. Massacese e Gialluca, poi ch'ebbero finito di fumare, seguirono l'esempio. Cirù rimase di guardia.
Prima di scendere, Gialluca, mostrando al compagno una parte del collo, disse:
“Guarda che tenghe a qua.”
Massacese guardò e disse:
“'Na cosa da niente. N'n ce penzà.”
C'era un rossore simile a quello che produce la puntura di un insetto, e in mezzo al rossore un piccolo nodo.
Gialluca soggiunse: