“Me dole.”
Nella notte si mutò il vento; e il mare cominciò ad ingrossare. Il trabaccolo si mise a ballare sopra le onde, trascinato a levante, perdendo cammino. Gialluca, nella manovra, gittava ogni tanto un piccolo grido, perchè ad ogni movimento brusco del capo sentiva dolore.
Ferrante La Selvi gli domandò:
“Che tieni?”
Gialluca, alla luce dell'alba, mostrò il suo male. Su la cute il rossore era cresciuto, ed un piccolo tumore aguzzo appariva nel mezzo.
Ferrante, dopo avere osservato, disse anche lui:
“'Na cosa da niente. N'n ce penzà.” [pg!293]
Gialluca prese un fazzoletto e si fasciò il collo. Poi si mise a fumare.
Il trabaccolo, scosso dai cavalloni e trascinato dal vento contrario, fuggiva ancora verso levante. Il romore del mare copriva le voci. Qualche ondata si spezzava sul ponte, ad intervalli, con un suono sordo.
Verso sera la burrasca si placò; e la luna emerse come una cupola di fuoco. Ma poichè il vento cadde, il trabaccolo rimase quasi fermo nella bonaccia; le vele si afflosciarono. Di tanto in tanto sopravveniva un soffio passeggiero.