E Ciávola con molto sforzo si rizzò dondolandosi, smilzo e lungo come un cane levriere. [pg!340]

“'Jamo; ca mo fanne lu passo,” rispose, levando la mano verso l'alto, quasi in atto di auspicio, poichè forse pensava a una qualche migrazione di uccelli.

Turlendana anche si mosse; e, vedendo dietro di sè la vinattiera Zarricante che aveva fresche le gote e acerbe le poma del petto, volle abbracciarla. Ma Zarricante gli sfuggì di tra le braccia, gridandogli una contumelia.

Su la porta, Turlendana chiese ai due amici un po' di compagnia e di sostegno per un tratto di cammino. Ma Biagio Quaglia e Ciávola, che facevano un bel paio, gli volsero le spalle sghignazzando e si allontanarono sotto la luna.

Allora Turlendana si fermò a guardare la luna che era tonda e rossa come una bolla pontificia. I luoghi in torno tacevano. Le case biancicavano in fila. Un gatto miagolava alla notte di maggio, su i gradini della porta.

L'uomo, avendo nell'ebrietà una singolare inclinazione alla tenerezza, tese la mano pianamente per accarezzare l'animale. Ma l'animale, essendo di natura forastico, diede un balzo e disparve.

Vedendo un cane errante avvicinarsi, l'uomo tentò di versare su quello la piena della sua benevolenza amorevole. Ma il cane passò oltre, senza [pg!341] rispondere al richiamo, e si mise in un canto del trivio a rosicare certe ossa. Il romore dei denti laboriosi udivasi distintamente nel silenzio.

Come dopo poco la porta della cantina si chiuse, Turlendana rimase solo nel gran plenilunio popolato di ombre e di nuvole in viaggio. E la sua mente rimase colpita da quel rapido allontanarsi di tutti li esseri circostanti. Tutti dunque fuggivano? Che aveva egli fatto perchè tutti fuggissero?

Cominciò a muovere i passi incertamente, verso il fiume. Il pensiero di quella fuga universale, a mano a mano ch'egli andava innanzi, gli occupava con maggiore profondità il cervello alterato dai fumi bacchici. Avendo incontrato altri due cani spersi, si fermò presso di loro quasi per esperimentare e li chiamò. Le due bestie ignobili seguitarono a strisciarsi lungo i muri, con la coda fra le gambe; e scantonarono. Poi, quando furono più lontani, si misero a latrare; e subitamente da tutti i punti del paese, dal Bagno, da Sant'Agostino, dall'Arsenale, dalla Pescheria, da tutti i luoghi luridi e oscuri i cani erranti accorsero, come a un suon di battaglia. E il coro ostile di quella tribù di zingari famelici saliva fino alla luna.

Turlendana stupefatto, mentre una specie d'inquietudine gli si svegliava nell'animo vagamente, [pg!342] riprese il cammino con passi più spediti, di tratto in tratto incespicando su le asperità del terreno. Quando giunse al canto dei bottari, dove le ampie botti di Zazzetta formavano cumuli biancastri simili a monumenti, egli sentì un interrotto respirar bestiale. E, poichè il pensiero fisso dell'ostilità delle bestie omai lo teneva, egli si accostò da quella parte, con una ostinazione di ebro, per esperimentare di nuovo.