Dentro una stalla bassa i tre vecchi cavalli di Michelangelo ansavano faticosamente su la mangiatoia. Erano bestie decrepite che avevano logorata la vita trascinando su per la strada di Chieti due volte al giorno la gran carcassa d'una diligenza piena di mercanti e di mercanzie. Sotto i loro peli bruni, qua e là rasati dalle bardature, le coste sporgevano come tante canne secche di una tettoia in rovina; le gambe anteriori piegate non avevano quasi più ginocchia; la schiena era dentata come una sega; e il collo spelato, dove a pena rimaneva qualche vestigio della criniera, si curvava verso terra così che talvolta le froge senza più soffio toccavano quasi le ugne consunte.

Un cancello di legno, malfermo, sbarrava la porta.

Turlendana cominciò a fare; — Ush, ush, ush! Ush, ush, ush! — [pg!343]

I cavalli non si movevano; ma respiravano insieme, umanamente. E le forme dei loro corpi apparivano confuse nell'ombra turchiniccia; e il fetore dei loro aliti si mesceva al fetore dello strame.

— Ush, ush, ush! — seguitava Turlendana, in suono lamentevole, come quando spingeva Barbarà ad abbeverarsi.

I cavalli non si movevano.

— Ush, ush, ush! Ush, ush, ush! —

Uno dei cavalli si volse e venne a mettere la grossa testa deforme su 'l cancello, guardando dalli occhi che rilucevano alla luna come ripieni d'una acqua torbida. Il labbro inferiore gli penzolava simile a un lembo di pelle flaccida, scoprendo la gengiva. Le froge ad ogni soffio ripalpitavano nel tenerume umidiccio del muso, e si schiudevano talvolta con la stessa mollezza d'una bolla d'aria in una massa di lievito che fermenta, e si richiudevano.

Alla vista di quella testa senile, l'ebro si risovvenne. Perchè dunque s'era empito di vino, egli così sobrio per consuetudine? Un momento, in mezzo all'ebrietà obliosa, la forma di Barbarà moribondo gli ricomparve dinanzi, la forma del camello che giaceva su 'l terreno e teneva su la [pg!344] paglia il lungo collo inerte e tossiva come un uomo e si agitava debolmente di tratto in tratto mentre ad ogni moto il ventre gonfio produceva il romore d'un barile a metà pieno d'acqua.

Una gran tenerezza pietosa lo invase; e l'agonia del camello, con quelle scosse improvvise e quelli strani singhiozzi rauchi che facevano sussultare e vibrare sonoramente tutto l'enorme carcame semivivo, e con quelli sforzi affannosi del collo che si sollevava un istante per ricadere su la paglia dando un romor sordo e grave mentre le gambe si movevano quasi in atto di correre, e con quel tremore continuo delli orecchi e quell'immobilità del globo dell'occhio che pareva già spento prima d'ogni altra parte sensibile, l'agonia del camello gli ritornò nella memoria lucidamente in tutta la sua miseria umana. Ed egli, appoggiato al cancello, per un moto macchinale della bocca seguitava a fare verso il cavallo di Michelangelo: