Due querci, simili a monumenti titanici dell'epoca favolosa, componevano una porta di trionfo alta duecento piedi. Il sole illustrava di candori argentei le scorze centenarie; e di là dalla porta i laberinti della foresta si inabissavano nell'ombra.

Il fanciullo su 'l limitare sostava, rapito nella grandezza e nella dolcezza della solitudine. Poi, come il fragore lontano lo riscoteva, egli, con una agilità di veltro dietro un branco di lepri, insinuavasi tra fusto e fusto, strisciava tra le erbe altissime, saliva scalee fatte di radici, saltava ostacoli di arbusti, piegava sotto i rami pesanti. Il fragore del combattimento si faceva a mano a mano più vicino e più terribile. D'un tratto il mare chiuso [pg!358] in un vasto anfiteatro di granito appariva splendidissimo, e su le acque più di tremila squali battagliavano.

Era un magnifico spettacolo. Dall'alto del promontorio il fanciullo seguiva con l'occhio tutte le vicende della strage illustrata pienamente dalla luce solare.

I pesci, enormi chimere d'acqua salsa, violacei e verdi nel dorso, biancastri nel ventre, armati di scudi ossei e d'un gran dente di narvalo, formavano cumuli mobilissimi emergenti crollanti risollevantisi con una rapidità indescrivibile. Il balenío delle lunghe spade d'avorio, il luccichío dei corpi oleosi, li sprazzi d'iride nelle scaglie delle code, lo spumeggiamento immenso dell'acque, tutto quel cieco furore di ferite, quell'odore acuto di grasso e di sangue eccitavano il fanciullo.

I cadaveri, galleggianti co 'l ventre riverso dentro cui l'avversario avea lasciato l'arma, erano sbattuti dall'onda contro le pareti di granito. Squali, con la mascella rotta e priva del dente, uscivano dal folto della zuffa e dibattendosi nelle scosse ultime della morte cangiavano i colori. Frammenti d'avorio nel cozzo erano lanciati a grandi altezze per l'aria. Avvenivano talvolta meravigliosi intrecciamenti su la vetta dei cumuli. Talvolta [pg!359] coppie di combattenti si distaccavano dalla falange e venivano a tenzone singolare, operando prodigi di ferocia. Larghe chiazze sanguigne si dilatavano in torno, dissipate poi dai colpi delle pinne e delle code; e il numero delli uccisi, crescendo rapidamente, avanzava quello dei superstiti.

Allora Làimo, dinanzi alla enormità dell'eccidio, invaso da un fiero impeto tendeva l'arco e cominciava a saettare. Le frecce acutissime penetravano sino alla cocca nelle carni molli e un istante vi oscillavano. Ma, poichè li squali non curando le nuove ferite persistevano nell'accanimento dell'ira, in breve tempo lo sterminio era completo. La sollevazione delle acque placandosi, le schiume si dissolvevano: la tenacità della vita in quei corpi aveva ancora qualche battito supremo di coda e di pinne, qualche debole sussulto nella fessura delle branchie. Poi, dall'ondeggiar supino di tutti i cadaveri si levava un intenso folgorío di squame, e per li scoscendimenti dell'anfiteatro lunghi colli nudi d'avoltori si tendevano su 'l pasto.

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Così in Làimo li spiriti pugnaci si destarono; e un desiderio di avventure per le terre d'oltremare a lui crebbe nell'animo. Egli passava lunghe [pg!360] ore guardando la marea salire o le vele fuggire in distanza nella luminosità delle grandi acque.

Talvolta seduto ai piedi della signora, in fondo a una loggia, seguiva sopra uno stromento di tre corde le canzoni dei marinari. Molte catene di fiori pendevano giù per li intercolonnii: e dinanzi, nel golfo calmo e tiepido, le testuggini marine dormivano su 'l fiore dell'acqua dando al sole i larghi scudi raggianti come un'ambra pura.

Làimo, d'un tratto, gittava da sè lo strumento e scoppiava in lacrime, perchè avea visto apparire la prora di una galea nel lontano.