Il sire e la sua donna, ignorando la causa di tanta tristezza, per letiziarlo chiamarono alla corte i più famosi buffoni e danzatori della cristianità; bandirono per lui conviti ove i più rari cibi si mangiarono tra suoni d'arpe e cori di fanciulle; gli donarono cavalli coperti di bardature gemmanti e ricchissime armi cesellate da orefici di gran nome; aprirono nel parco una caccia in cui durante tre giorni mille cervi furono uccisi e dugento capri e novanta cinghiali.
Poi, quando Làimo alfine chiese un naviglio, il sire adunò artefici navali d'ogni patria, li provvide di legno di cedro, di lino d'Egitto e di metalli. L'opera fu compiuta in dieci mesi. [pg!361]
Era una galea con cinque ordini di remi. L'antenna maggiore, più diritta e più inflessibile che un pino del monte Ida, cerchiata di argento, coronata d'un gran gallo fiammeggiante come un faro, portava una gran vela quadrata e due vele triangolari. Su la prua, dipinta ad encausto, il corpo magnifico di una nereide torcendosi a seconda della curvatura attingeva con i piedi la carena e in un gesto atteggiato di grazia tendeva all'alto le mani. Su per il bordo stavano scolpiti agili putti bacchici che tutti insieme facevano componimento di una danza. Il cedro immarcescibile risplendeva ovunque tra li intarsi d'avorio e di sandalo; tende di tessuti asiatici ondeggiavano su 'l ponte ombrando letti di piume; e tutta la galea aveva apparenza di un naviglio su cui qualche bel re felice volesse goder l'amore delle sue spose.
Allora trassero molte genti dalle terre circonvicine, pe 'l giorno della prova; e Làimo era in vista luminoso di letizia, e il sire e la sua donna gioivano.
Quando a forza di braccia la galea fu sospinta nel mare, un grido immenso di meraviglia eruppe dalla folla suscitando per tutto il golfo li echi. Il mattino splendeva come in una conca di cristallo e i fondi del mare trasparivano. [pg!362]
Làimo dopo i teneri commiati salì su 'l ponte. Cinquanta remigatori ignudi, stropicciati d'olio di oliva e di polvere gialla, tutti vivi di muscoli, stretti d'una corda la testa a fin che nello sforzo le vene della fronte non scoppiassero, si curvarono su' loro banchi; e la nave guizzò. Le genti dalla riva e dai paliscalmi salutavano. Ma un subito presentimento di sventura corse nell'animo del sire e della sua donna, tra il lungo clamore delle salutazioni.
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La galea conquistava le lontananze, con una crescente celerità di remeggio, inseguita dalle torme dei delfini. Era il mare in calma; e i marinari, come sogliono per alloggiamento della lor fatica, a voce pari con la battuta dei remi cantavano. E Làimo, poichè si sentì ventar su 'l volto l'amarezza della salsuggine e ridere nell'animo a quei canti una forte gioia d'imprese, non lentò d'incitar con le voci e col gesto i remigatori. Egli dominava eretto su la sommità della prua: sotto di lui le schiene servili s'incurvavano come archi, i bicipiti delle cento braccia nel guizzo enorme parevano rompere la cute, le fronti si enfiavano di vene violacee, tutte le membra stillavano.
Si mise il vento; fu spiegata la vela quadra [pg!363] che un istante palpitò malsicura: li uomini, rotti dalla fatica, si accasciarono sotto i banchi all'ombra. E il pilota, ch'era un erculeo vecchio della terra di Natolia, chiomato come un barbaro, scorse tre fuste di corsali appressarsi dalla parte di levante, e disse, piegando i ginocchi davanti al fanciullo:
“Volgiamo il timone al ritorno, mio signore.”