Làimo non udì il consiglio. I triangoli di lino di Egitto furono liberati; la galea fece impeto. E come dalla parte di levante le tre fuste venivano in contro a gran forza di remi e si vedevano già fuor de' bordi le bieche figure dei corsali, un subito terrore invase la ciurma. Làimo, cinto da pochi valenti, su l'alto della prua, atteggiato d'ira aspettava che le fuste giungessero a un trar d'arco. Il fischio della prima freccia mise un gran moto di scompiglio tra i predatori: un d'essi precipitò nell'acqua, colpito a mezzo della fronte. Altri, nell'urto dell'investimento, precipitarono.
Allora avvenne una breve zuffa. I corsali di Cifalonia vestivano cotte di maglia, erano agili come gatti pardi, e gittavano urli rauchi vibrando i colpi. Molti caddero per opera di Làimo, prima che le loro mani toccassero la galea; molti si abbrancarono alle corde e conquistarono a palmo a palmo [pg!364] il ponte. Qual vilissimo bestiame, la ciurma dei servi dinanzi a quell'irrompere fuggiva o si prostrava, con gemiti. Così che Làimo, sopraffatto dal numero, senza più arme nel pugno, fu preso e vincolato.
Stettero i corsali lungamente poi a riguardarlo, attoniti in vista; e, sgombrando i cadaveri, di lui sommessi favellavano nel loro idioma.
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In breve tempo l'eroe soggiogò li animi di quella gente predace. Un giorno nelle acque di Brandizio egli, salito d'un balzo su una cocca di Genovesi e separato per un colpo di mare dal legno corsaresco, si tenne saldo su 'l ponte nemico combattendo solo contro quaranta armati, uccidendone buon numero in fascio con prodigiose ferite, tenendo in distanza i rimanenti fin che non giunse il soccorso a compir la vittoria. Dopo quella gran prova, le ciurme di Cifalonia con furiose acclamazioni lo elessero duce, e tutta la notte al lume del fuoco greco banchettarono su la nave conquistata e bevvero vino di Cipro tra molti canti bacchici.
Rapidamente la fortuna di Làimo crebbe e fiorì. Tutti i corsali del Mediterraneo e del Mar Nero, attratti dalla sua fama, vennero a ingrossare la flotta. Egli divenne su i mari più potente dei re [pg!365] e delle repubbliche. Una terribile avidità di conflitti e di pericoli lo animava: per iattanza appiccò il fuoco alle galeazze del re di Spagna cariche d'oro e andò a gittar le sue frecce in Malamocco. Le ciurme gli obbedivano con impeti ciechi: per seguire il suo grido passavano a traverso gli incendi, si slanciavano contro selve di picche, si attaccavano con le mascelle ai parapetti delle galee, assaltavano mura sotto flutti d'olio bollente. Egli saccheggiò le isole dell'Arcipelago: predò mandre di bovi e di cavalli, camelli, tessuti, vini, fromenti, tesori di gemme e di metalli; nulla tenendo per sè, tutto prodigando ai seguaci.
Una volta inseguì una nave carica di trecento fanciulle tra le più belle della Grecia e della Georgia, comprate ed educate pe 'l Califfo da un mercante di Bagdad; la raggiunse nelle acque di Scio, e la predò. Poi, nella sera, dinanzi a un promontorio coperto di pini, egli bandì per la sua flotta un convivio. La selva di pini incendiata illuminò e profumò di resina la festa; i corsali, che nelle continue fazioni avevano sofferto castità, fecero allora una furibonda orgia di amore. I bellissimi corpi delle fanciulle passarono di braccia in braccia, tra le risa roche e le diverse favelle, versando il piacere; si bevve il vino dalle stesse bocche delli otri, [pg!366] si bevve nel concavo delli scudi e nei caschi di rame; scoppiarono tra la gioia molte contese mortali; l'alba vide le ultime insanie. E all'alba la nave del mercatante, poichè fu novamente carica delle trecento femmine, portò la non più vergine merce al Califfo di Bagdad.
Un'altra volta Làimo liberò una regina chiusa in una torre a cui le nubi cingevano la sommità. Tenne l'assedio per tre giorni e per tre notti, combattendo Saracini giganteschi armati di scimitarre lunate. Molti legni gli s'infransero contro le scogliere e molti uomini perirono prima che le porte di bronzo cedessero. Egli appiccò quei cani d'infedeli ai merli della torre e ricondusse la bella nel regno, in una città che aveva case con tetti d'oro e templi marmorei levantisi in alto come scale di fiori.
Grandi festeggiamenti furono dati in gloria dell'armata liberatrice e banchetti in cui quei truci corsali mangiarono sotto rami di mirto e di lauro, bevvero in crateri coronati di rose, si asciugarono le mani in chiome di schiave asiatiche, si distesero su tappeti magnifici a piè di fontane che li deliziarono di una pioggia d'acque miste d'aromi. La regina, presa d'amore, allettò Làimo con una lenta mollezza di blandizie: era tutta luminosa ed [pg!367] odorosa naturalmente, le narici rosee le palpitavano ad ogni minimo desío, la bocca le fioriva di porpora, e i capelli le cadevano giù per il collo simili a grappoli d'uve mature.
Ella provò tutti li incanti su 'l forte animo dell'eroe per trattenerlo: cieca, una notte gli offerse la gioia delle sue membra e all'alba rimase ebra tra i guanciali, con la testa pendula fuori della sponda, con li occhi spenti, le braccia morte. Ma poi, quando file di dromedari e di camelli con i lunghi colli carichi di musici e di danzatrici portando doni discesero dalla reggia al mare, le navi dell'eroe già dirigevano la prora per altri lidi.