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Così Làimo divenne grande e famoso; e fu celebrato nei canti dei poeti per le corti e nelle leggende dei marinari. Una repubblica d'Italia gli inviò messaggi offrendogli il supremo imperio della flotta col governo di due province. Il Cristianissimo di Francia fece segrete pratiche per assoldarlo, promettendogli alti uffici ed onori. I Selgiucidi gli spedirono ambasciatori recanti su una picca tre code di cavallo e gli offerirono la sultanía di Rum, da Laodicea di Siria al Bosforo di Tracia e dalle fonti dell'Eufrate all'Arcipelago.
Egli oppose superbi rifiuti; andò in cerca di nuove [pg!368] terre, di nuovi pericoli, di nuovi conflitti. Navigò per mari tutti coperti di fuchi natanti, dove i remi s'impigliavano come in masse di gramigne tenaci. Traversò immensi spazi dove l'aria e l'acqua tacevano in una immobilità di sonno, in un calore umido e luminoso per mezzo a cui torme di uccelli ignoti passavano simili a meteore. Incontrò scogli deserti, lieti di piante vergini, cinti d'una candida corona di corallo. Approdò a una terra abitata da uomini scarni, co 'l ventre prominente, che si coprivano di fango per difendersi dalle punture delli insetti, si tingevano di cinabro i capelli, parlavano una lingua dolce e sonora, e nulla amavano più del ballo e delle canzoni. Vide paesi di cui li uomini, tutti dipinti co 'l frutto del genipo, ornati le labbra e li orecchi d'enormi dischi di legno, agilissimi, ferivano nell'acqua a colpi di frecce i pesci addormentati prima da succhi di radici velenose. Vide isolette piene di una gente infetta d'elefanzía, infingarda, che passava la vita fumando l'oppio, nutrendosi di riso, e prendendo diletto ai combattimenti dei galli e d'altri animali. Risalì correnti di fiumi dove scimmie innumerevoli tra le pacifiche forme delli ippopotami e delli elefanti schiamazzavano.
Tutti li indigeni dinanzi a lui si prostrarono, offerendo in dono canne di bambù colme d'olio di [pg!369] cocco, frutti dell'albero del pane, legno di sandalo, ambra grigia, ignami, cera, banane e canne di zucchero. Alcuni portavano alli orecchi bastoni dipinti, su la pelle avevano incise molte figure di uccelli, e tenevano in mano archi lunghi dodici piedi e scudi di cuoio di bufalo. Altri erano cinti d'un perizoma di scorza, avevano la bocca e i denti neri come l'ebano per l'uso delli aromi, i capelli intrecciati di piume, e percotevano stromenti composti di sei vasi di rame gradanti entro un legno concavo.
Ora, essendo Làimo nelle acque di una terra selvosa, i naturali in gran numero gli vennero in contro sui paliscalmi con suoni e con cantici per offerirgli i doni che si offrono agli dèi e per adorarlo. Vigeva in quella terra la profezia di un antico nume: “Io tornerò un giorno sopra un'isola galleggiante che porterà cocchi, porci e cani.”
Quando Làimo ebbe attinto il lido, il re tra i figli si avanzò verso di lui, gli gittò su le spalle il manto, gli porse un elmo di piume, un ventaglio, e innanzi gli depose pezzi d'oro, diamanti e perle. Tutto il popolo mise alte grida; femmine quasi ignude, dipinte d'ocra vermiglia, recarono piccoli porci, noci e banane. Poi i grandi sacerdoti lentamente uscirono dal folto delli alberi, portando i [pg!370] loro idoli coperti di drappi rossi. Erano questi idoli una sorta di statue di vimini, enormi, con occhi composti da gusci di noce neri, attorniati di madreperle, con mascelle irte di molti denti di cane in due ordini. Mentre le forme orride e nuove ondeggiavano nell'aria tra li inni della religione, una turba di danzatrici irruppe in torno all'eroe, e danzò rapidamente al suono di un flauto, lungo cinque piedi, che cinque uomini insieme sonavano.
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Làimo traversò tutta l'isola, in trionfo, come fosse un bel dio, tornante fra i suoi popoli. I re si inchinarono al passaggio, i sacerdoti prostrarono la fronte nella polvere; il seguito delli elefanti e dei cavalli carichi di doni si accrebbe a mano a mano lungo la via, divenne innumerabile, occupò la distesa di centosettanta miglia. Era la dovizia delle terre in torno meravigliosa: le foreste si erigevano ad eccelse altitudini, le urne dei fiori potevano in sè nascondere il corpo di un uomo, i profumi avevano la dolce forza letificante del vino e i colori la vivezza del fuoco.
Su 'l limite di una boscaglia fluviatile le tigri balzando dalle erbe si gittarono al ventre dei cavalieri. Làimo, fulmineo, tese l'arco e con tal rapidità le trafisse che quelle caddero prima d'aver [pg!371] raggiunta la preda, giacquero sulla schiena dibattendosi. Un subito grido di gioia e di stupore corse per le genti; e tutte lungo il cammino, cantando nel loro idioma, ripetevano una parola: — Mahadewa! Mahadewa! —
Come il trionfo giunse alle rive del gran fiume, ove mille templi facevano un immenso adunamento di colonne e di statue, al novello dio i sacerdoti mostrarono una scala di porfido sagliente per una reggia, costruita di mattoni e di calce.