A pena ella vide il cane tonsurato, un impeto così spontaneo d'ilarità la invase, che non potè ritenere le risa entro la chiostra dei denti: [pg!149]

“Ah, ah, ah, ah, ah!...”

Come? Natalia osava ridere, mentre quel povero Sancio moriva? — Le innupte sensibili volsero un acre sguardo d'indignazione alla cognata irreverente e crudele. Ma questa, con una lieta incuranza, si appressò per tendere il bimbo verso l'animale. E il bimbo seminudo agitava le piccole mani irrequiete, cercando toccare, tutto vibrando di naturale gioia e barbugliando suoni incomprensibili nella bocca rorida ancora della bevanda materna. E l'animale, uso già a sottomettere la testa mansueta a quei cercamenti, aveva ancora nelle membra inferme una esitazione di festevolezza e nelli occhi un supremo barlume di bontà conoscente.

“Povero Sancio Panza!” mormorò alfine Natalia ritraendo il figliuolo che stava per bagnarsi di bava le dita. E, come il bimbo rincrespava le labbra per piangere, ella fece due o tre giri nella stanza, cullandolo e palleggiandolo; poi, fermatasi dinanzi all'automa, volse la chiave del meccanismo.

Il macacco aprì la bocca, battè le palpebre, attorcigliò la coda, tutto animandosi internamente al suono della gavotta Louis XIII, di Victor Felix. Quel voluttuoso ondeggiamento di danza [pg!150] d'amore moveva l'aria e la testa di Natalia, per ritmo. La luce nella stanza era dolce; il profumo squisito dei pelargonii entrava dai vasi del balcone aperto.

Sancio non udiva forse più. Al bruciore caustico del vescicante su la nuca, egli scoteva di tratto in tratto il dorso, e piegava la testa in basso, con un lamentio fievole. La lingua, ritirata fra i denti, violacea, quasi anzi nerastra, aveva già perduta ogni facoltà di moto. Li occhi, ora, coperti da una specie di membrana turchiniccia e umidiccia, non conservavano altra espressione di spasimo che quella dell'apparir rapido d'un lembo bianco alli angoli delle orbite. La bava si produceva più copiosa e più densa. L'asfissia pareva imminente.

“Oh, Natalia, cessa! Ma non vedi che Sancio muore?” proruppe, con la voce piena d'acredine e di lagrime, Isabella.

La gavotta non si poteva interrompere prima che la forza data dalla chiave alla macchina fosse esaurita. Le note continuavano, lente e molli, a spandersi sull'agonia del cane. Le ombre del crepuscolo, intanto, cominciavano a penetrare nell'interno e le tende sbattevano nella frescura.

Allora, Donna Letizia, soffocata dai singhiozzi, [pg!151] non reggendo più allo strazio, uscì. Tutte le figlie la seguirono, a una a una, piangendo, con i teneri petti oppressi dal dolore. Soltanto Natalia per curiosità si fece da presso al moribondo.

E, mentre la gavotta era su la ripresa, il buon Sancio spirò, in musica, come l'eroe di un melodramma italiano. [pg!152]