[IL COMMIATO.]

La visione del paesaggio nomentano gli si apriva dinanzi ora in una luce ideale, come uno di quei paesaggi sognati in cui le cose paiono essere visibili di lontano per un irradiamento che si prolunga dalle loro forme. La carrozza chiusa scorreva con un rumore eguale, al trotto: le muraglie delle antiche ville patrizie passavano dinanzi alli sportelli, biancastre, quasi oscillanti, con un movimento continuo e dolce. Di tratto in tratto si presentava un gran cancello di ferro, a traverso il quale si vedeva un viale fiancheggiato di alti bussi, un chiostro di verdura abitato da statue latine, o un lungo portico vegetale dove qua e là raggi di sole ridevano pallidamente.

Elena taceva, avvolta nell'ampio mantello di lontra, con un velo su la faccia, con le mani chiuse nel camoscio. Egli aspirava con delizia il [pg!153] sottile odore di eliotropio esalante dalla pelliccia preziosa, mentre sentiva contro il suo braccio la forma del braccio di lei. Ambedue si credevano lontani dalli altri, soli; ma d'improvviso passava la carrozza nera di un prelato, o un buttero a cavallo una torma di chierici violacei, o una mandra di bestiame.

A mezzo chilometro dal ponte ella disse:

“Scendiamo.”

Nella campagna la luce fredda e chiara pareva un'acqua sorgiva; e, come li alberi al vento ondeggiavano, pareva per un'illusione visuale che l'ondeggiamento si comunicasse a tutte le cose.

Ella disse, stringendosi a lui e vacillando su 'l terreno ineguale:

“Io parto stasera. Questa è l'ultima volta....”

Poi tacque; poi di nuovo parlò, a intervalli, su la necessità della partenza, su la necessità della rottura, con un accento pieno di tristezza. Il vento furioso le rapiva le parole di su le labbra. Ella seguitava. Egli interruppe, prendendole la mano e con le dita cercando tra i bottoni la carne del polso:

“Non più! Non più!”